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mercoledì 28 ottobre 2015

Il Coraggio di Essere Vigliacca

Ciao a chi mi legge!

Questo post sarà necessariamente in italiano.
Mi spiace per tutti coloro che abitualmente transitano su questo blog e non hanno dimestichezza con la lingua italiana (vi assicuro che sono tanti... e ne sono orgoglioso!).

Consentitemi di dedicare questo post alla mia amica Marina Lenti, che mi accolse nel lontano 2000 nel fan club dei Marillion e di riflesso rese possibile la stesura di ciò che seguirà, come pure mi convinse a dare vita a questo blog e infine ha un gatto a cui ha dato nome Brave.

Molti di voi mi hanno chiesto di pubblicare nuovamente il "famoso" racconto che scrissi ispirandomi all'ottimo album dei Marillion la cui copertina è riportata qui a sinistra.

Il racconto mi venne fuori quasi di getto nel 2001, successivamente all'uscita di Anoraknophobia, creando un parallelismo tra le vicende della giovane protagonista del concept album e una frase di un brano dell'album che era appena uscito.
Coloro addentro all'universo Marillion comprenderanno, man mano che la storia si dipanerà, che i riferimenti ad alcuni brani del panorama Fish/Marillion sono più d'uno...

Scrissi il racconto prima di vedere il film tratto dall'album e qualcuno si sorprese per le analogie. Evidentemente Steve Hogarth ci mise il cuore e riuscì a trasmettermi, attraverso i testi, le esatte sensazioni che aveva provato lui.
O forse ero io ad essere molto più ispirato di oggi... rileggendolo mi piacerebbe tornare a scrivere con questa intensità emotiva!
Fu publicato nel n. 35 della fanzine Real To Read e, per quel che ne so, fu molto apprezzato dagli stessi Marllion.

Insieme con Marbles, Brave rappresenta, a mio modo di sentire, l'apice della produzione Marillion era H (che sta per Hogarth), nonostante ci siano ottimi momenti anche in altri album, purtroppo generalmente trascurati a torto, dal panorama musicale internazionale di settore per motivi che non sto qui a spiegare...

Comprenderete che pubblicare un racconto ispirato ad un concept album in un blog di questo tipo comporta degli innegabili vantaggi!

Ma ora basta con le chiacchiere ed entriamo nella cupa atmosfera di questa storia di orridi abusi e umane miserie.


IL CORAGGIO DI ESSERE VIGLIACCA
Racconto liberamente ispirato al concept album BRAVE dei Marillion
2001 Vincenzo M. Vitagliano





Capitolo 1
    Pace, alla fine.
    Mi sembra di poter vedere la mia immagine riflessa negli obiettivi dei fotografi, che finalmente hanno il loro pane quotidiano, ormai abituati a non avere pietà, terrore, angoscia. E’ forse terrorizzato il becchino quando seppellisce l’ennesimo cadavere? Ed il macellaio prova forse pietà quando spara il colpo di pistola nella testa dell’ennesimo bue? Certamente qualcuno di loro non farebbe del male ad una mosca ma....si sono abituati!
    L’abitudine è un male che colpisce in profondità, in modo subdolo. Ti sembra di non subire mai cambiamenti, ma in realtà ti sei soltanto abituato a trascurare i piccoli cambiamenti quotidiani che avvengono in te.
    Te ne rendi conto soltanto quando ti accorgi che non ti ribelli più a quello che un tempo ti sembrava insostenibile, quando riesci ad ascoltare un brano di musica che prima non sopportavi, quando accetti con pazienza che si approfitti della tua persona, quando passivamente ti adegui alle circostanze senza lottare per recuperare il terreno perduto.
    A nessuno piace soffrire, così ci si abitua...a tutto.




    Capitolo 2

    Ho atteso ancora qualche minuto dopo che il loro respiro si è fatto più profondo e regolare. Ora dormono di sicuro.
    Non smettevano più di mugolare, urlare sottovoce, fare l’amore.
    Povera mamma! Pensava che sposare un uomo in divisa le avrebbe garantito un futuro tranquillo e sereno!
    Come erano belli nella foto con la cornice d’argento esposta sulla cassettiera nella stanza da letto! Lei gli stringeva forte il braccio e lo guardava sorridente. Lui non rideva...era serio e fissava l’obiettivo della macchina fotografica. Il suo sguardo era identico a quello che mi fissava mentre, ancora ragazzina, giocavo seduta a terra con le gambe divaricate per far spazio alla scena in cui si muovevano le mie bambole, con i loro abiti ricchi e sgargianti.
    Ora è il momento di andare. Scivolerò silenziosa dalla mia stanza nel soggiorno e da lì, attraverso la finestra che ho avuto cura di lasciare aperta, scivolerò in strada verso la libertà, le vacanze permanenti. Devo soltanto far attenzione a non fare il minimo rumore: è stato nell’esercito ed ha affinato l’udito e l’attenzione. Se mi scoprisse non me lo perdonerebbe. Non lo accetterebbe ancora!

    Il mio caro paparino non è abituato a subire un torto, tantomeno nell’ambito familiare! Le rare volte che la mamma gli si è messa contro, per evitarmi una punizione esemplare, ha dovuto subire la sua ira e la pesantezza degli schiaffi, i pugni e i calci.
    Ricordo ancora l’imbarazzo delle persone che la incontravano nel supermarket, con gli occhiali scuri ed i segni delle percosse sul viso, sulle gambe, sul collo. Nessuno aveva il coraggio di chiederle che cosa fosse successo, come mai fosse ridotta così. Io mi stringevo alle sue gambe con forza, sperando che così lei potesse sentire quanto le fossi vicina, inconsapevole di quanto mi sarebbe accaduto qualche anno dopo. Soltanto una volta, forse quella in cui la mamma era piena di lividi sul volto e zoppicava vistosamente, una cassiera si prese la briga di chiamare l’assistente sociale.
    Quando la signorina varcò la porta eravamo sole, io e la mamma, sedute sul divano del soggiorno. Ci fece un sacco di domande, voleva sapere se c’erano problemi in famiglia, se papà fosse dedito all’alcool o alla droga. Mia madre rispose che era tutto a posto, che non poteva desiderare un marito più affettuoso e generoso e che i lividi se li era procurati cadendo dalle scale.
    Io la guardavo stupita. Come poteva mentire? Io lo avevo visto darle addosso, colpirla in volto con schiaffi e pugni, prenderla a calci nella schiena, sulle gambe e nello stomaco! Come poteva mentire?
    Sono problemi familiari” – mi disse appena la signorina, incredula ma impotente, se ne fu andata.
    Per quanto tempo pensi che possano rimanere tali?” – pensai. Avevo soltanto dieci anni.
    Di lì a poco avrei capito cosa intendeva dire la mamma. Ci sono segreti che devi portare in te, non puoi riferirli ad anima viva, perché nessuno ti crederebbe ed alla fine la colpa ricadrebbe sempre su di te, anche se colpe non ne hai!





    Capitolo 3

    Erano passati circa due anni dal giorno in cui venne a farci visita l’assistente sociale. Da quel giorno le cose non erano cambiate di molto, ma l’atteggiamento di mio padre, almeno nei miei confronti, era mutato: era più indulgente, non mi puniva più quando ero in ritardo per la cena, se portavo un brutto voto a casa, se rispondevo in modo disattento alle sue domande o...non rispondevo per niente.
    Una sera, mentre la mamma era in cucina a lavare i piatti, era davanti alla TV e mi chiese di sedermi in braccio a lui. Sulle prime gli risposi che mi dava noia, ma poi, allo scopo di evitare eventuali polemiche e ritorsioni violente, di cui non avevo dimenticato il dolore e l’efficacia, mi sforzai di accontentarlo. Sulle prime sembrò contento come un ragazzino, prese a farmi saltellare sulle ginocchia e a farmi il solletico.
    Quando abbassai la mia guardia istintiva e cominciai a rilassarmi divertendomi al suo gioco, con una mossa fulminea mi attirò con violenza contro il suo petto, mettendomi la mano sulla bocca per coprire il mio grido misto di stupore e dolore. Durò pochi attimi, in ogni caso interminabili per me...il tempo necessario a vederlo alzare gli occhi al cielo in un attimo di estasi, riprendere il suo ghigno ed intimarmi di mantenere il silenzio altrimenti me la sarei vista con lui.
    I miei occhi sgranati, inizialmente abbassati per la vergogna, si posarono su di lui con tutto lo sdegno di cui ero capace. Se uno sguardo avesse la forza di uccidere, mio padre sarebbe morto lì, su quel divano, tanto era l’odio e lo schifo che provavo per lui.
    Quando fui libera fuggii verso la mia stanza piangendo in silenzio, mentre sentivo scorrere il sangue lungo le mie gambe. Ero sconvolta e terrorizzata...e così rimasi per i successivi tre anni. Anni in cui eventi del genere ebbero a ripetersi con frequenza sempre maggiore, man mano che le fattezze del mio corpo mutavano da quello di una ragazzina tutt’ossa a quello di un’adolescente con i cuscinetti di tessuto adiposo ai punti giusti.
    Come potrei descrivere le sensazioni che provavo? Ero terrorizzata quando la mamma usciva per una commissione oppure era distratta in cucina o era al telefono con qualche sua amica logorroica e vanìloqua. Durante ognuno di questi momenti era possibile sentire la sua mano afferrarmi un seno, infilarsi sotto la gonna o stringermi il volto per attirarlo verso il suo. A nulla valeva fingere di studiare, guardare la TV o altro...la sua volontà era l’unica che contava nella nostra casa.
    Quando rientravo a casa ero costretta a verificare prima l’eventuale presenza di mia madre e, nell’eventualità fosse assente, facevo di tutto per nascondermi in giro aspettando il suo rientro. Questo spesso causava l’ira di mio padre che mi puniva fingendo di essere arrabbiato per il mio ritardo. In realtà era arrabbiato per la mancata occasione di approfittare di me.
    Povera mamma ! Quante volte si è messa tra di noi e quante botte ha preso al posto mio!
    Quando la cosa si ripeteva frequentemente ero costretta, mio malgrado, a rientrare e subire le sue violenze, per non vederlo infierire sulla mamma.
    Come può crescere sana di mente una ragazza in queste condizioni? Non può...
    Per un anno, dai 14 ai 15, mia madre mi mandò anche dallo psicologo, perchè non riusciva a spiegarsi da quale parte del mio cervello provenissero i disegni che appendevo alle pareti della mia stanza. Inutile dire che nascosi tutto anche al dottore, come alla mamma: “Sono problemi familiari” mi rimbombava in testa. Quanto male mi aveva fatto la mamma, senza rendersene conto, dicendomi quella frase qualche anno prima!

     
    Capitolo 4


    Il giorno del mio quindicesimo compleanno fuggii per la prima volta da quella prigione.
    Papà (ma può chiamarsi padre un uomo che infierisce sulla persona che dovrebbe proteggere?) aveva organizzato tutto in modo perfetto: c’erano i festoni, i dolci, gli zii, i nonni...e basta!
    Quando venne il momento di spegnere le candeline, la nonna mi attirò a sé chiedendomi perchè alle mie feste non fossero mai presenti altri ragazzini della mia età. Fu allora che compresi maggiormente di essere in una situazione disperata...il fatto che qualcun altro si fosse accorto che ero chiusa, dimessa ed insicura mi fece impazzire di rabbia e dolore... fuggii via sbattendo la porta di casa e correndo a rotta di collo giù per le scale.
    Le ricerche non incominciarono subito. Mio padre non diede peso al mio gesto e nella sua incrollabile sicurezza era convinto che avrei fatto presto ritorno a casa, con la coda fra le gambe.
    Trascorsi la notte, nascosta come un animale ferito, piangendo e mugolando dietro ad una siepe nel parco. La mia disperazione raggiunse il culmine quando mi resi conto che non sapevo dove andare. Ero completamente sprovveduta! La mia squallidissima vita si divideva fra la scuola, che era a tre isolati dalla mia abitazione, il parco, dove spesso andavamo la domenica mattina per mostrare agli altri che la nostra era una famiglia come tante altre, e la mia casa. Raramente i miei invitavano amici a casa ed altrettanto raramente si andava fuori da amici. Ed io stessa non riuscivo a stringere rapporti con i miei coetanei perchè mi sentivo diversa, non sopportavo i loro racconti familiari, i loro discorsi sul sesso e sull’amore! Spesso pensavo a quanti di loro mentissero spudoratamente, pur subendo le mie stesse torture fisiche e psicologiche. Perchè avrei dovuto essere la sola? Non era giusto che fossi la sola! Eppure così mi sembrava dai loro racconti...Li odiavo.
    La stanchezza mi vinse ed al mattino mi svegliò un ceffone del mio amato genitore.
    Sei stata in giro a fare la puttana?” – urlò tirandomi su per un braccio.
    Lo schifo che provo per te non me lo ha permesso!” – risposi piangendo.
    Inutile dire che le pene corporali per la mia fuga, seppure passata sotto silenzio agli occhi dei parenti e dei pochi amici, furono terribili e durarono per i successivi sei mesi.
    Il mio corpo era sovente coperto di lividi ed escoriazioni e facevo fatica a trovare una scusa decente per ogni domanda che mi venisse rivolta sull’argomento. Fra le persone che mi conoscevano serpeggiava la convinzione che me le procurassi da sola, perchè ero pazza furiosa.
    Non potevo dar loro torto! Il mio comportamento non era quello tipico di una ragazza della mia età: avevo spesso sbalzi di umore, ero sempre a disagio, balbettavo quando obbligata a parlare con i miei coetanei, non uscivo mai con loro, preferivo rientrare a casa da sola, sebbene raramente qualcuno si fosse offerto di accompagnarmi, e se capitava che insistessero scappavo per far perdere loro le tracce. La loro era una curiosità morbosa, la mia un’immensa paura che scoprissero il mio atroce segreto. Come avrei potuto spiegare ad un mio accompagnatore casuale perchè non avevo alcuna intenzione di rientrare in casa, perchè mi nascondevo dietro la siepe di fronte all’ingresso del palazzo fino a quando rientrava mia madre e soprattutto perchè lasciavo che mio padre mi toccasse mentre studiavo, leggevo o guardavo la TV?
    Ad ogni modo la consapevolezza di non essere pazza ed il dolore che provavo per le ferite non visibili dall’esterno mi rendevano ancora più triste.
    In quel periodo fui ulteriormente colpita dalla sfortuna, perchè mia madre dovette andare ad assistere ad una sua sorella malata e pertanto non c’era verso di sfuggire agli assalti del mostro. Prima o poi dovevo fare rientro a casa! Anche perchè dovevo preparare la cena, fare le faccende, subire le sue angherie e, di tanto in tanto, quando mi rimaneva il tempo, magari di notte, dedicarmi allo studio ed alle mie passioni: la musica ed il disegno.
    Quando era appagato mi guardava passargli davanti mentre preparavo la cena o fare qualche faccenda di casa e sorrideva. Pensava di avermi finalmente piegata con la sua violenza.
    Hai capito che è meglio non discutere con me! “ – disse una volta mentre mi costringeva a sedermi su di lui.
    La violenza genera violenza” – risposi. Ma non intese. Era già distratto dal mio corpo.




    Capitolo 5

    La seconda volta che fuggii i miei genitori furono costretti a chiamare la Polizia. Stavolta la disperazione era tale che non ero impaurita dalle insidie della città: la droga, i ladri, i violenti...cosa potevano farmi che non avevo già subito fra le mura di casa?
    Rischiavo la vita? Era forse vita quella che avevo trascorso negli ultimi quattro anni?
    La fuga durò 16 giorni. Nel mio vagare incontrai tutta la varia umanità che si aggira nella città: drogati, ladri, disperati, maniaci sessuali, lestofanti e morti di sonno. Preparai i giacigli per dormire con ubriaconi e semplici fuggitivi come me. E’ tremendo doverlo ammettere, ma non ebbi mai la sensazione di sentirmi in pericolo come quando ero sola con mio padre!
    Mi procuravo da mangiare passando per le cucine dei ristoranti dopo l’ora di pranzo. Nessuno mi rifiutava un pò di pasta, una salsiccia o una polpetta. Mi sentivo un cane randagio, ma ero serena. Finalmente ero padrona di me stessa: qualsiasi cosa sentissi il bisogno di fare, potevo farlo in quell’istante, senza regole da seguire, camicie da stirare o cene da preparare. L’unica cosa di cui non sentivo assolutamente il bisogno era un uomo.
    Per questo mi parve strano quando, al tredicesimo giorno della mia fuga, incontrai quel ragazzo dai capelli lunghi all’angolo della stazione centrale e sentii una forte simpatia per lui. Ero attratta dal suo modo di fare gentile ed incerto. Mi chiese timidamente una sigaretta, gli risposi che non fumavo, ma sapevo come procurarne una.
    Quando gli ebbi procurato la sigaretta lui si mosse per procurare il cibo. Trascorremmo due interi giorni insieme, in giro per la città, eludendo la polizia che era sulle mie tracce ormai da tempo.
    In serata trovammo un giornale in cui si parlava di me, della “fuggiasca senza motivo”.
    Una famiglia come le altre” – recitava l’articolo – “un menage familiare idilliaco. Perchè è fuggita senza lasciare traccia? Alcuni amici di scuola dicono che è sempre stata un pò svitata...”.
    Dovreste vedere i disegni nella sua stanza!...” – riportò una delle poche amiche della mamma che aveva avuto la ventura di varcare la soglia della mia stanza.
    Il mio occasionale amico mi osservò ed io intuii che si aspettava una spiegazione, ma quando vide che non avevo alcuna intenzione di darne, e per questo mi intristii, non volle insistere, anzi prese a fare lo scemo per farmi tornare a sorridere...e ci riuscì.
    Aveva uno strano modo di fare, non smetteva mai di sorridere, mi prendeva bonariamente in giro, specialmente se si accorgeva che diventavo pensierosa. Stavo bene con lui...davvero bene!
    Verso sera ci dirigemmo verso una casa abbandonata in cui viveva una parte dei disperati della città, una sorta di “Ospizio dei Poveri” autogestito, ma sfortunatamente molto più piccolo dell’enorme palazzo che si trova a Napoli in piazza Carlo III.
    Sulla soglia di una stanzetta, ricavata in una stanza più grande da séparé di cartone, c’era un pezzo di cartone con su scritto il mio nome: avevano rispettato il mio posto! Per una volta non l’avevano buttato via. Forse incominciavano a volermi bene, a tollerarmi...o forse nessuno aveva avuto bisogno di quel materasso!
    Fu forse per questo evento che mi sentii più rilassata, più tranquilla. O forse fu soltanto la vicinanza di quel ragazzo dolce e allegro, che stava al mio fianco senza mai chiedermi nulla, senza mai esagerare, che mi faceva sentire bene con le sue attenzioni e le sue buffonate.
    Ci accoccolammo vicini e lui prese ad accarezzarmi una mano. Gli dissi che non mi piacevano le effusioni e le smancerie, che queste cose esistevano soltanto nei film. Si ritrasse. Poi prese a chiacchierare e pian piano, senza che me ne accorgessi, fui io a stringergli la mano. Era la prima volta in vita mia che sentivo fluire calore nel mio cuore e sentivo il bisogno di comunicarlo. Allora sciolsi ogni indugio e per la prima volta nella mia vita accennai al mio problema: gli parlai della pena che provavo per mia madre, del ribrezzo che provavo per mio padre e sentii la sua mano fremere di disappunto, chiudersi quasi a pugno, come se avesse voluto colpirlo con tutto il suo disprezzo!
    Dopo il mio racconto incominciai a piangere, ma il mio pianto non era più di dolore, ma di liberazione: finalmente ero riuscita a comunicare a qualcuno tutto il mio disagio, la mia pena, il mio dolore. Lui mi strinse forte al suo petto e chinò la testa sulla mia spalla. Rimanemmo così per un pò. Quando mi sentii partecipe delle sue tenerezze scivolò con dolcezza su di me e accarezzandomi dolcemente il volto rigato dalle lacrime si adagiò fra le mie gambe. Adesso desideravo anch’io tutta la dolcezza e la tenerezza di un rapporto finalmente condiviso. Eppure avevo una strana sensazione di incompletezza, come se mi mancasse qualcosa a cui non potevo rinunciare.
    Fu a questo punto che gli sussurrai: “Usami violenza...altrimenti non riesco a sentirti!”
    Lo sentii ritrarsi, il suo cuore come un macigno, rigirarsi sul lato opposto e singhiozzare.
    Non riuscii a dirgli niente, perchè niente c’era nella mia testa in quel momento, un buco nero nello spazio profondo.
    L’unico essere umano con cui ero riuscita a parlare, che era riuscito a darmi conforto, ottenne da me soltanto silenzio ed apparente noncuranza.
    Quando capii, dal suo respiro pesante e regolare, che aveva preso sonno, mi rivestii e fuggii anche da lui: ancora una volta sola.
    La polizia mi ritrovò al parco, mentre prendevo il sole sdraiata su una panchina, e mi riportò a casa fra le mie urla, gli strepiti, i calci e i pugni, dati e presi.
    Passai l’intera giornata a rispondere elusivamente ai giornalisti ed a subire gli abbracci di mio padre, falsamente affettuosi, davanti ai fotografi.
    ...è stata soltanto una bravata di una ragazzina inquieta....La giovane fuggitiva non ha retto la lontananza dai suoi amati genitori” – riportarono i giornali il giorno dopo – “Tutto è tornato come prima!”
    Quegli imbecilli, che non si erano minimamente curati di comprendere la verità nascosta dietro alle mie parole, non avevano minimamente idea di quanto avessi desiderato che non tornasse mai più niente come prima. Purtroppo anche stavolta il destino aveva voluto che ritornassi fra le mura domestiche, le mura che per la maggior parte della gente sono sinonimo di pace e tranquillità, mentre per me erano sinonimo di umiliazioni, violenza ed abusi.
    I giorni seguenti furono apparentemente tranquilli...eravamo sotto stretta osservazione della Polizia, che temeva una mia nuova fuga, e della stampa, morbosamente legata all’unico fatto di cronaca che, in quel periodo, valesse la pena di seguire.
    Seguitavano a farmi domande, alle quali non potevo rispondere sinceramente...ed infatti non rispondevo per niente! I miei si concedevano con piacere agli sciacalli per poter dire loro quanto fossero contenti di avermi ritrovato, che la loro vita in quei sedici giorni era stata un inferno.
    In realtà credo che l’inferno l’avesse patito realmente soltanto la mamma, che mi sembrò più stralunata e remissiva del solito. Chissà quante botte aveva preso!
    Ormai rinforzata e rinfrancata dall’esperienza vissuta, cominciavo finalmente a ribellarmi al potere di mio padre.
    Infatti in questi ultimi due mesi è riuscito soltanto raramente a mettermi le mani addosso. Le ho prese, certo...le ho prese pesantemente, ma non gli ho dato la soddisfazione di infilarsi fra le mie gambe.
    L’ultimo tentativo lo ha fatto stasera. Ero nella mia camera a studiare, quando l’ho sentito armeggiare vicino alla porta, chiusa a chiave per precauzione.
    Cosa vuoi? Vattene!” – gli ho detto – ma mi si è strozzato un urlo in gola quando ho visto che, chissà con quale marchingegno, era riuscito ad aprire la porta!
    E’ saltato verso di me e mi ha preso per un braccio. Mentre tentava di prendermi l’altro, gli ho sferrato un calcio fra le gambe e gli ho conficcato la penna in un braccio.
    Credo che le sue urla di dolore si siano potute sentire a tre isolati di distanza. Stavolta ero fermamente convinta che se avesse tentato ancora di abusare di me l’avrei ammazzato...non so come, ma l’avrei fatto!...Se non avessi visto mia madre piangente sulla soglia della porta.
    Lascialo fare!” – ha urlato la mamma con il fiato residuo che aveva in gola – “altrimenti ti ammazza...ci ammazza!...ci ammazza!....” e poi è crollata a terra piangendo disperatamente.
    Tu...sai?...sapevi?...da quando?” – le ho detto balbettando stupita, impietrita mentre quell’energumeno si rialzava, quasi ridendo come il Joker di Batman, e saltellava per far ritornare quei suoi maledetti testicoli nella posizione corretta.
    Da sempre!...dalla prima volta!...scusami figlia mia, ma avevo troppa paura...troppa vergogna! Come potevo mettere la nostra famiglia sulla bocca di tutti? Sono cose delicate, queste!”
    Sono problemi di famiglia...e tu...hai preferito che tua figlia...andasse in pasto a questa bestia?...per non sentire i giudizi dei vicini?...tu...sei...mia madre?” – le ho detto con un sentimento misto di disprezzo e compassione.
    Ora è tutto chiaro. Una persona non può essere così distratta, così in buona fede. Una mamma riesce a vedere i cambiamenti repentini di umore di un figlio, riesce a comprendere se è a disagio, se ha qualche problema, se è triste. Mia madre non mi ha mai chiesto, in questi quattro anni, come mi sentissi, come mai non avessi amici e perchè ero terrorizzata dal rimanere sola con mio padre.
    Che razza di madre è quella che lascia il figlio da solo in mezzo al traffico? La mia...sono stata sfortunata.
    Quello che mi ha sorpreso di più è stato che lei lo ha preso sotto il braccio e l’ha portato via, come se l’indifeso, l’offeso, il tormentato fosse lui. In realtà ne è terrorizzata. E’ terrorizzata dalla sua violenza, dalla paura di rimanere sola, dalle chiacchiere della gente...
    Nell’attimo che si sono allontanati mi è stato chiaro cosa dovevo fare e sono corsa nel soggiorno, ancora tremante per quanto era accaduto, ad aprire la finestra dietro il divano, quella che dà sulla scala di sicurezza, poi sono rientrata in camera mia ed ho sprangato la porta con sedie e mobili, ma è stato tutto inutile...non li ho più sentiti...fin quando sono venuti, nella stanza di fianco alla mia, a coricarsi.

    Capitolo 6




    Ecco...ora sono fuori. Nulla può fermarmi più. Non questa volta. Ora so perfettamente dove andare e cosa fare.
    Scendo la scala di sicurezza guardinga e silenziosa. Ormai tutto il condominio dovrebbe dormire...sono quasi le tre!
    Ancora una volta (poteva mai essere il contrario?) la fortuna non mi arride. Nell’istante in cui tocco terra mi accorgo di un’ombra vicino alla concessionaria di auto all’angolo. E’ il metronotte, che sta infilando uno dei suoi insulsi bigliettini nella saracinesca. Si volta...mi vede...mi chiama!
    Se non fossi stata io, la pazza fuggitiva, non avrebbe gridato il mio nome!
    Ora so cosa significa essere su tutti i giornali, sentirsi come un animale braccato, sempre osservata, scrutata in ogni mossa!

    Mi tornano improvvisamente in mente i giorni scorsi, l’atteggiamento ipocrita delle persone che incontravo, le battutine stupide del giornalaio, l’essere additata ad ogni mio passaggio.
    E’ triste essere tristemente famosi, ma è più triste comprendere che tutto ciò di cui mia madre è terrorizzata è già presente, tangibile. A cosa è valso sacrificare me ad una causa persa in partenza? Poteva mai pensare che la gente, così desiderosa di nascondere le proprie perversioni e frustrazioni mettendo in evidenza quelle degli altri, non si sarebbe accorta di una povera fuggitiva?
    Cosa si aspettava? Che dicessero che ero una brava ragazza? Che non avevo mai mentito? Balle! Credo che abbia soltanto voluto nascondere a se stessa ciò che non era in grado di combattere, per debolezza e per paura!

    Quando lo ho a tiro gli sferro un calcio tra le gambe. Ormai è la mia specialità...non volevo fargli del male, soltanto difendere la mia privacy! Non ne ho mai avuta una!
    Per quel che mi ricordo, da quando sono cresciuta non ho mai potuto fare un bagno da sola, non mi sono mai spogliata quando lo desideravo io, ma sempre eseguendo gli ordini di quell’essere viscido.
    Si piega su se stesso, mentre scappo via verso il centro della città, ma ormai è tutto inutile. C’è trambusto nel quartiere.
    Volo verso l’”Ospizio dei Poveri”, sperando di trovare riparo e conforto fra coloro che non hanno una famiglia. Penso che la vita è strana: loro anelano ad averne una, io vorrei non averla mai avuta...!
    Non c’è più...” – mi dice un barbone che, si dice, ha vissuto lì tutta la vita.
    Non cercavo nessuno in particolare!” – gli rispondo ancora ansimando per la corsa.
    Non c’è più nessuno che possa aiutarti!” – ribatte il barbone – “neanche lui!”
    Volevo soltanto riposarmi un pò...”
    E’ inutile...sono già qui!”
    Guardo dalla finestra, senza vetro, e scorgo alcune luci blu intermittenti sul ciglio della strada.
    Sono stata troppo ingenua a venire qui!”
    Corro sul retro dello stabile e mi accuccio dietro alle auto in sosta in attesa che vadano via. Come pensavo, nessuno lì dentro ha detto di avermi vista.
    Mi aggiro ancora per la città, evitando di passare per le strade principali, fin quando arrivo sul ponte del fiume. Sono le cinque e trenta. Era qui che volevo arrivare. Guardo sotto di me. Non è poi così alto...un cinquantaduesimo piano. Icaro direbbe che cadere da una montagna non è poi così tanto, quando sei abituato a cadere dalla Luna!
    Sei abituato...
    Ti sei abituata...
    Mi sono abituata...a tutto?...
    Resto lì a fissare le rapide. Il fiume è in piena. E’ piovuto molto nei giorni scorsi. Scorre tumultuoso alzando tonnellate di fango al suo passaggio. Una busta di plastica sembra impazzita nei gorghi: sale a galla e scende sotto seguendo i vortici.
    E’ troppo leggera per affondare definitivamente e finalmente fermare la sua corsa, riposarsi” – mi sorprendo a pensare ad alta voce.
    Lo sento ansimare, correre, fermarsi dietro di me, urlare il mio nome.
    Dietro di lui sono già arrivati i poliziotti ed i fotografi. Mi hanno trovata ancora.
    Mi volto e lo fisso: “Niente è duro come l’amore” – gli dico proseguendo a voce alta il filo dei miei pensieri, sempre che ne avessero uno.
    Mi trattiene per il polso, stringendomelo fino a fermarmi il sangue nelle vene, e mi guarda con gli occhi imploranti, come soltanto lui sa fare. I suoi occhi non sono più allegri, come quando l’ho incontrato all’angolo della stazione. Lo osservo stupita. Ancora una volta il suo modo di fare mi ha sorpreso: come può un essere così mite avere una stretta così salda? Poi mi ricordo del suo pugno, stretto nella mia mano, e capisco che è disperato, esattamente come allora. Ma non c’è più tempo...la polizia potrebbe arrivare, “salvarmi” ancora e riportarmi di nuovo a casa! Mi volto verso di lui, azoto liquido nei miei occhi: “Cosa fai qui?”
    Non voglio che tu vada via...di nuovo...per sempre!”
    Nessuno ci abbandona, se vive nel nostro cuore e nei nostri pensieri...” – E’ così che faceva quella canzone? – “...Non si muore mai, si va solo da qualche altra parte...”.
    Mi sottraggo alla stretta, che non è più così forte da fermarmi il sangue nelle vene, e mi lascio andare come un Icaro impazzito.
    Pace, alla fine.

    domenica 8 giugno 2014

    RIVERSIDE - Un viaggio fra i recessi del disagio esistenziale

    Ciao a chi mi legge!

    Questo post è dedicato al mio amico Pino Cipriani, che ha apprezzato questa band con me dal primo ascolto del primo album!

    Dopo i reportage di eventi che mi hanno visto, in qualche modo, protagonista, torniamo alle mie monografie.

    In realtà avevo inserito questa band in un altro post che tratta del prog odierno, ma ritengo opportuno dedicarle un pò più di spazio e spero di riuscire a chiarirvi il perchè!

    Io sono stato fortunato... almeno nella condivisione familiare della mia passione per la musica. E me lo faccio bastare!

    Quando mio fratello mi propose di ascoltare l'album, la cui cover vedete qui in alto a sinistra, mi ci dedicai con la mia consueta passione e trepidazione per il nuovo.
    Allora Youtube non c'era ancora, o non era ancora così diffuso, e per procurarsi qualcosa di nuovo occorreva cimentarsi in pratiche diverse da un semplice click: documentarsi, verificare, fare qualche download e infine ascoltare.

    Questo è il primo brano che ascoltai dei Riverside.





    Se fossi stato un progger medio(cre) avrei immediatamente pensato: "Ecco un'altra band che si ispira a Wish You Were Here o che scimmiotta il finale di 'Hotel Hobbies' dei Marillion, che poi sempre da lì viene..." (in effetti notai successivamente che il chitarrista della band è molto rothery-iano, e quindi gerarchicamente gilmouriano) e probabilmente avrei cambiato CD nel lettore dell'auto.

    Fortunatamente non faccio parte di siffatta triste categoria (triste perchè non riesce a godere di tutta l'ottima musica che c'è in giro attualmente, ferma com'è nelle sua posizione di cercare continuamente analogie con il passato, invece di ascoltare il nuovo e verificare se riesce ancora ad emozionarsi) e continuai l'ascolto.

    Quando Mariusz Duda prese a cantare fu amore a primo ascolto. Il suo timbro caldo e malinconico raggiunse immediatamente il profondo del mio cuore, come uno stiletto che penetra veloce e quasi indolore.

    La musica dei Riverside, come poi scoprii proseguendo l'ascolto, è sempre così ricca di tensione emotiva, traumatica e greve, poichè le tematiche delle lyrics si riferiscono quasi sempre al disagio esistenziale e tutti i suoi risvolti relazionali e sentimentali.

    Ascoltate questa...





    Non vi sentite anche voi catapultati in un incubo ad occhi aperti che vi abbandona soltanto quando squilla il telefono?
    Riff di basso KILLER, chitarra e tastiere ansiogene e disperate, crescendo incalzante... tutto molto, molto coinvolgente!

    I Riverside sono da tutti considerati Progmetal e in effetti nella loro musica vi sono molti riferimenti a questo filone: ritmiche trance (in stile Porcupine Tree) ed esasperate, canto growl (anche se raramente), uso frequente del doppio pedale e registri di chitarra (specie negli ostinato) tipici di questo genere.

    Ma talvolta riescono a sorprenderci con brani di incredibile delicatezza malinconica, come questo...





    Splendido vero?
    Breve ma intenso, dolce e romantico, ma dimesso e disperato!

    Questo è un brano di disagio sentimentale.... Ha tanto idealizzato l'oggetto del suo amore che non riesce a fare il primo passo e si sente quasi costretto a rimanere solo... a quanti di noi è accaduto?


    "I've been conceiving you all along

    Or maybe I'm destined to be alone?"


    Quando, contento della "mia" scoperta, ne parlai in un forum citando le similitudini con i "nuovi" Porcupine Tree (quelli da In Absentia in poi) qualcuno mi derise, dicendo di non confondere la lana con la seta. Sono contento di sapere che la stessa persona oggi li consideri seta alla mia stessa stregua!

    Ma è anche vero che la band è cresciuta album dopo album, trovando soltanto, secondo il mio giudizio, una lieve battuta d'arresto nel suo quarto lavoro Anno Domini High Definition, dove gli stilemi progmetal sembrarono diventare dominanti e pertanto a me meno affini, ma in ogni caso regalandoci una perla come questa...





    dove si alternano momenti esasperanti ad altri più tranquilli, ma mai intimisti, come richiesto dal titolo!

    Vi lascio con due perle tratte dall'ultimo album:





    Non  potete aspettarvi altro che cupa disperazione in un brano con un titolo come "La profondità della delusione di se stesso". La voce di Duda scava dentro la nostra psiche, il bridge rischia di far venire dolore al petto, tanto è intenso!

    E questo...





    "Deprivato (Immaginazione persa irrimediabilmente)"
    Tutto il brano è splendido, con i suoi interventi di tastiere, il lungo outro musicale di grande intensità, con quel solo di sax in stile Mel Collins, che termina con una brevissima reprise che Duda canta quasi in un soffio.

    I Riverside lasciano sempre ampio spazio alla musica, le loro lyrics non sono mai dominanti o ridondanti, e questo me li rende particolarmente graditi.
    E' vero, forse non si grida al miracolo per originalità e idee innovative, ma possiedono un'enorme carica emotiva, splendide aperture musicali, interessanti riff di basso ed hanno il potere di trasmettere, attraverso la loro esecuzione appassionata e il caldo registro vocale del leader, una buona dose di fascino e grande pathos, che inducono a sprofondare negli spazi bui della nostra mente.

    Come sempre... fatemi sapere se avete gradito e... ALLA PROSSIMA!

    lunedì 29 agosto 2011

    Mark I e Mark II: Quando qualcuno cambia strada.

    Ciao a tutti.
    Dopo la (lunga) pausa estiva e in una veste grafica un pò modificata, proviamo a ripartire con un argomento davvero spinoso... tanto per sentire quella benefica scarica di adrenalina che ci indurrà ad abbandonare l'aspetto placido e rilassato derivante dal lungo, dolce far niente (per chi eventualmente avesse potuto beneficiare davvero di tale meravigliosa pratica ormai in via di estinzione...)!

    Capita sovente che in una band, nonostante agli occhi dei più tutto sembri andare a gonfie vele, c'è qualche frizione interna, una punta di insoddisfazione di uno dei componenti (talvolta capita ad uno dei musicisti, ma più spesso al frontman) che man mano cresce fino a diventare talmente insopportabile da portare alla separazione.

    Le analogie con un rapporto sentimentale ci sono tutte... e non deve sorprendere! Spesso i componenti di una band hanno condiviso perfino il cibo prima di giungere al successo e si sentono davvero molto legati fra loro! 

    Proviamo a comprendere insieme quando e perchè ciò accade e quali ripercussioni possono esservi sul gruppo e sui fans. 

    In alcuni casi non vi sono ripercussioni: i King Crimson hanno cambiato spessissimo il loro organico, ma nessuno si è mai lamentato eccessivamente che fosse andato via Greg Lake dopo i primi due albums, oppure che la sezione ritmica Levin/Bruford sia stata soppiantata, in tempi più recenti, da quella Gunn/Mastellotto, o di altre mutazioni.
    Ciò accade perchè i King Crimson sono sempre stati visti come una moltitudine di sudditi alla corte di Bob Fripp, pertanto i seguaci del 'Re Cremisi' sono sempre fiduciosi delle scelte fatte dal loro 'monarca'. 
    Ed in linea di massima non hanno tutti i torti. Basti pensare ai vari musicisti, a parte quelli già citati, che si sono avvicendati in questo contesto: Mike Giles, Keith Tippett, Jon Anderson, John Wetton, Adrian Belew, Ian Mc Donald, Mel Collins, etc... e alle recenti collaborazioni con Steven Wilson e Gavin Harrison dei Porcupine Tree!

    Anche per gli Yes gli avvicendamenti e i ripescaggi sono stati così frequenti che non sembra esservi stata mai grande sofferenza. Tranne forse quando Rick Wakeman decise di abbandonare il gruppo per dedicarsi alla sua carriera solista. Ma anche in quel caso fu sostituito alla grande da Patrick Moraz, che non fece rimpiangere a lungo il virtuoso tastierista dai lunghi capelli d'oro.
    Le successive mutazioni con gli ex-Buggles, le formazioni doppie o eventuali AWBH (che peraltro produssero un album decente) non le considero nel contesto.


    In altri casi la separazione è talmente traumatica che i nostri beniamini sentono il bisogno di trasmetterci il loro stato d'animo attraverso l'unico canale che possa metterli in comunicazione mentale con noi fans: la musica.





    I Pink Floyd si sono portati dietro per tutta la loro esistenza la volontaria (quanto necessaria!) esclusione di Syd Barrett dalla band. I sensi di colpa di Waters e Gilmour, suoi ottimi amici fino alla fine, si manifestano nel mirabile album Wish You Were Here, da cui è tratto il brano di cui sopra.
    Syd era completamente fuori di testa e ostacolava il loro cammino verso il successo, pertanto i quattro membri, di comune accordo con i produttori, decisero che occorreva disfarsene, nonostante l'amicizia che li legava da molti anni.

    Se vi capitasse di trovarvi fra le mani il libro Rosso Floyd di Michele Mari (recentemente regalatomi dalle mie figliole) troverete ardite interpretazioni di decine di potenziali riferimenti a Syd, lungo tutta la loro carriera.
    Il libro si basa su molti fatti reali, ma l'autore ne elabora connessioni di pura fantasia, seppure spesso plausibili. Per quanto generalmente non gradito ai fans, io lo considero un simpatico esercizio di stile.
    In ogni caso è innegabile che i Pink Floyd abbiano tratto grande giovamento dall'inserimento di Gilmour e la sua chitarra blues oriented.

    La successiva defezione di Waters, dovuta ai continui litigi con Gilmour, fu un evento più rabbioso che doloroso, articolatosi in un lunghissimo periodo di interminabili battaglie legali.
    Waters avrebbe voluto orientare socio/politicamente tutta la produzione del gruppo, esasperando musicalmente la presenza di sezioni orchestrali, Gilmour, essendo di estrazione blues, voleva mantenere tutto come era.
    Waters asseriva che il nome Pink Floyd non si sarebbe dovuto più usare  perchè di fatto i Pink non esistevano più, Gilmour il contrario.

    Mentre la perdita di Barrett portò ad un giovamento, quella di Waters, contraltare creativo di Gilmour, portò ad un progressivo isterilimento della vena creativa della band, che nei successivi lavori si appoggiò quasi completamente sui mitici assoli di Gilmour, mantenendosi su buoni livelli, ma nulla di più.
    Lo stesso Waters, da solo, non è mai riuscito ad esprimersi come in passato, pur mantenendosi anch'egli su livelli generalmente medio alti.

    Soltanto in anni recenti, a partire dall'intervento al Live 8, c'è stato un riavvicinamento fra i due leader, purtroppo caratterizzato anche dalla successiva morte di Rick Wright, l'elemento più visionario del gruppo.
    Recentemente Gilmour è intervenuto ad un concerto di Waters per suonare la mitica 'Comfortably Numb'.









    Quando lessi su Ciao 2001 che Peter Gabriel aveva lasciato i Genesis ebbi un momentaneo blocco di tutte le funzioni vitali!
    Comprenderete che per me i Genesis erano un vero punto di riferimento musicale, cibo per l'anima e per l'emotività!
    Tutto sommato li avevo conosciuti da poco (con Selling England by The Pound), ero ancora in visibilio per  The Lamb Lies Down On Broadway e mi sembrava davvero troppo presto subire un colpo così duro!

    Fu un trauma anche per gli altri componenti, che vedevano in lui un frontman dotato di eccezionale carisma e pertanto difficilmente sostituibile. E infatti non lo sostituirono!
    I Genesis nel loro cammino musicale hanno effettuato sostituzioni solo all'inizio (Phil Collins per John Mayhew e Steve Hackett per Anthony Phillips. Due cambi che hanno portato un eccezionale valore aggiunto!), poi hanno subito soltanto defezioni.

    Peter non sopportava più i ritmi da rockstar che gli venivano imposti, voleva sedersi un attimo a pensare, dedicarsi ad altre cose con uguale ardore, comprendere la direzione da prendere!
    Oggi, dopo tanti anni, comprendiamo che la strada che ha scelto successivamente, pure se irta di difficoltà, lo ha portato ad essere un mito della scena (non solo) musicale mondiale, con la sua musica così densa di feeling, seppure semplice nella struttura, con il suo impegno sociale e con la tranquillità che traspare dai suoi occhi!
    Tutto il suo disagio, le sue frustrazioni e la successiva presa di coscienza sono resi manifesti in questo brano, che credo non abbia bisogno di alcuna presentazione!





    Phil Collins prese il posto di Gabriel al canto, assumendosi il gravosissimo onere di non farlo rimpiangere, e nei concerti si servirono di Chester Thompson (e in qualche occasione anche di Bill Bruford) come batterista addizionale.
    Prestate attenzione agli ultimi secondi del brano 'Los Endos' precedentemente proposto: c'è un'accorata dedica a Peter:
    There's an Angel standing in the sun...to Peter Gabriel
    Piansi lacrime amare la prima volta che la sentii!

    Nonostante Collins, come leader dei Genesis, abbia molti detrattori (compreso me, che non gli perdonerò mai di 'essersi dimenticato', a suo tempo, di essere un grandissimo batterista!) non si può negare che albums quali A Trick of the Tail, Wind and Wuthering e Duke abbiano lasciato, ognuno a suo modo, un segno importante nella loro discografia. Il resto... lasciamo perdere, sebbene vi siano sprazzi di buona musica qui  e là.

    Successivamente, quando Collins decise che la band doveva cambiare completamente direzione musicale, orientandosi verso un rock melodico di maggiore presa sul pubblico (e i successivi successi commerciali, almeno dal punto di vista della popolarità e degli introiti, gli diedero ragione!), il bravissimo Steve Hackett si sentì tagliato fuori, incline come era a mantenere fede alla sua estrazione barocca e progressive, pertanto decise di lasciare il gruppo per non sentire più la frustrazione di essere soltanto un performer.





    Anche in questo caso la scelta fu molto sofferta per entrambe le parti.
    Abbandonare un cavallo vincente come i Genesis non fu una cosa facile per Steve, ma aveva dalla sua parte la sua musica e una compagna che lo sosteneva psicologicamente (Kim Poor e Steve hanno divorziato un paio di anni fa, ma non per volontà del mitico chitarrista, a quanto sembra...).
    Nel contempo i restanti tre componenti non si sentivano motivati a cercare in giro: avrebbero perso troppo tempo e rischiato di non trovare ciò che desideravano. O peggio, rischiavano di trovare qualcuno che avrebbe compromesso gli equilibri dell'ormai terzetto così ben amalgamato!
    Così Rutherford prese in mano la chitarra elettrica e incominciò a suonare anche le parti soliste. Come per la batteria, dal vivo si servirono di Darryl Stuermer come chitarrista addizionale.


    Ascoltate il brano che ho postato. E' denso di pathos, amarezza e disillusione.
    L'assolo di tastiere è ansioso e straziante, la ritmica è frastagliata, come un pianto a singhiozzi, e il testo è tutto imperniato sull'evento appena consumatosi.
    Quando artisti di questo calibro vogliono renderci partecipi dei loro stati d'animo riescono a trasferire tutto in brani come questo... ed è impossibile non condividerne la tensione emotiva! Non trovate?


    Inutile dire che il sound uscì particolarmente impoverito da questa defezione.
    Nel caso di Gabriel, almeno in studio, Collins riuscì a 'scimmiottarlo' decentemente (in un'intervista Gabriel asserì che Collins tecnicamente era migliore di lui... ma non era Peter Gabriel!) su una base sonora ancora abbastanza fedele al sound della band.
    Quello che era andato irrimediabilmente perduto era l'impatto scenico  e il carisma di Pete nei Live set.
    In pratica il decadimento stilistico musicale fu piuttosto soft.
    Invece la fuoriuscita di Hackett evidenziò immediatamente l'entità della perdita, dal punto di vista compositivo e musicale: a titolo di esempio vi rimando all'ascolto della suite di chiusura dell'album Wind and Wuthering a confronto con il brano di apertura di ...And Then There Were Three precedentemente inserito, che rappresenta uno dei momenti migliori di tutto l'album.
    Qualsiasi commento sarebbe superfluo, non è vero?







    Anche in questo settore i Marillion si sono particolarmente distinti...

    La decennale amicizia di Fish e e Steve Rothery con Diz Minnit (basso) e Mick Pointer (batteria), peraltro membri fondatori della band, nulla potè valere rispetto alle necessità del gruppo di progredire, pertanto i due, in tempi successivi, furono 'cordialmente' pregati di farsi da parte, sostituiti da Pete Trewavas (basso) e Ian Mosley (batteria).
    Anche in questo caso le sostituzioni portarono un grande valore aggiunto alla band, migliorandone oltremodo la sezione ritmica. Per quanto Mosley sia un batterista un pò ruvido, i suoi pattern ritmici erano di gran lunga più incisivi e dinamici di quelli di Pointer, molto limitato tecnicamente e spesso impacciato dal vivo.
    Il brano sopra proposto riporta nel testo quanto sia difficile prendere questo tipo di decisioni, specie perchè c'è di mezzo un'amicizia pluriennale.
    Notate la ritmica secca e cadenzata, quasi volta a mostrare l'aridità della doverosa presa di coscienza e la conseguente azione di confronto.

    Da notare che nel testo vi è la frase
    A friend in need is a friend that bleeds
    (un amico in difficoltà è un amico che sanguina) che è un modo di dire tipicamente inglese ed è citata, seppure in modo diverso
    A friend in need is a friend indeed,
    a friend who bleeds is better
    (un amico in difficoltà è pur sempre un amico, ma è meglio un amico che sanguina)
    nel brano 'Pure Morning' dei Placebo.

    In ogni caso le sostituzioni sopra citate non furono altrettanto traumatiche quanto quella di Fish con Steve Hogarth.
    Ancora oggi molti fans del Mark I considerano il Mark II una band diversa e per certi versi trascurabile.

    Dal mio punto di vista, per questa e tutte le altre 'mutazioni', citate e non, mi sono sempre posto nell'ottica di ascoltare quali fossero gli esiti del cambiamento.
    Se la musica prodotta continuava a catturare la mia attenzione e la mia emotività, non avevo motivo di lamentarmi (come accadde per i primi album dei Genesis senza Gabriel, sebbene fossi rammaricato dalla sua scelta, o per gli Yes senza Wakeman e Bruford, e per gli stessi Marillion senza Fish), in caso contrario riponevo il disco nella custodia e non lo acquistavo o non lo ascoltavo più ... tutto qui!

    In reatà è molto probabile che il 'mito' di Fish sia stato alimentato proprio da Hogarth che, pur essendo tecnicamente superiore e dotato di un timbro mediamente più caldo, ha sempre manifestato una tale sudditanza psicologica verso il suo predecessore da non riuscire a scalfirne la memoria nei fans.
    Manifestazioni come l'indossare una t-shirt con su scritto "E' vent'anni che sono il NUOVO cantante dei Marillion" (o qualcosa di simile... non ho fonte certa) oppure rifiutarsi di cantare brani del periodo precedente (che in ogni caso sono parte integrante della discografia del gruppo) sono la chiara manifestazione di un'immensa insicurezza che, purtroppo per lui, contribuisce ad allontanarlo dai fans della vecchia guardia.
    Fish, di carattere più comunicativo, questo lo sa e ne approfitta per dileggiarlo, quando può, e mantenere così intatto il suo 'mito'.







    In ogni caso Fish testimoniò con questo brano le motivazioni che l'avevano spinto a dissociarsi dalle scelte della band, mentre i Marillion dedicarono al loro precedente frontman nulla più della cover di Seasons End, dove sono presenti elementi simbolici come, ad esempio, il camaleonte che brucia e la tela raffigurante il jester che affonda.





    Analizzando la cosa da ascoltatore di musica disincantato, sempre secondo il mio personale giudizio, il lavoro di Hogy nei Marillion ha portato ad albums di grande valore come Brave e Marbles, più altri momenti di buon livello musicale e alta intensità emotiva, mentre il Fish solista, forse perchè ha perso molto del suo timbro di voce ed è generalmente circondato da musicisti di livello medio-basso, non è mai riuscito a superare la piena sufficienza, tranne forse per Vigil in a Wilderness of Mirrors e qualche altro raro esempio isolato, e non riesce ad entrare nelle mie 'corde'.



    Infine, sebbene non siano propriamente Prog (ma comprenderete successivamente perchè li cito), un discorso a parte meritano i Deep Purple.
    Sembra incredibile, ma ogni volta che hanno cambiato componenti, hanno gettato le basi per un nuovo modo di fare musica.
    La sostituzione di Rod Evans con Ian Gillan al canto e di Nick Simper con Roger Glover al basso, portò il gruppo a trasformarsi da Rock melodico (Il famoso Mark I) a capostipite dell'Hard Rock, con l'album In Rock (Il famosissimo Mark II). Nessuno ha mai avuto il coraggio di rimpiangere i fuoriusciti!

    Successivamente, a causa dei continui litigi fra Blackmore e Gillan, quest'ultimo fu sostituito da David Coverdale e Glover da Glenn Hughes (Il ben noto Mark III).
    Nonostante io stesso fossi inizialmente disorientato dalla perdita del timbro e della potenza della voce di Gillan, ho sempre considerato l'album Burn (il primo con i due nuovi componenti) come uno dei precursori del Prog Metal e i brani successivi penso possano dimostrarlo!






    Ascoltate tutto il lavoro di Blackmore, che nel finale si esprime al meglio in uno degli assoli che considero fra i più belli che io abbia mai sentito! Molto emozionante, con interventi spagnoleggianti, con legati e staccati di incredibile efficacia, ricco di feeling e  corde tirate allo spasimo! Prestate attenzione anche al suo lavoro di cesello dietro all'accoratissima interpretazione di Coverdale! Eccezionale anche il supporto percussivo di Paice, sempre preciso, fantasioso e incisivo.






    Questo è il brano che chiude l'album... e apre a mille soluzioni dei successivi decenni della musica un pò 'estrema' come il Prog Metal.
    Avrei potuto inserire anche 'You Fool No One', ma ho preferito questo perchè anche qui Blackmore è sorprendente, come d'altronde tutta la band.
    Da notare che l'uso della doppia cassa, oggi ostentato da una moltitudine di batteristi, a quei tempi non era per niente indispensabile per rendere corposo un pattern ritmico!



    A margine di tutto ciò mi sembra doveroso citare che John Wetton in un'intervista riportò che adora cantare 'I Talk to the Wind',  Phil Collins a lungo ha cantato le canzoni dell'era Gabriel ed inoltre le hanno cantate insieme più di una volta, Coverdale si è cimentato (con enormi difficoltà...) con i brani di Gillan, e potrei citare altri esempi in cui non c'è sudditanza psicologica, c'è solo passione, rispetto per il pubblico, amore per il brano e la buona musica.
    Mi sembra che questo dovrebbe essere alla base di tutto, o no?

    Ve l'avevo anticipato che sarebbe stato un post da 'risveglio'!

    Come al solito ho esposto le mie considerazioni sull'argomento, ma attendo vostri eventuali  commenti!

    lunedì 27 giugno 2011

    L'Amore ai Tempi del Prog (2)


    Ciao a chi mi legge (e siete in tanti...Grazie!)

    Visto l'incredibile successo del precedente post sull'argomento, che in breve tempo (è stato pubblicato ad aprile) ha soppiantato al secondo posto in classifica quello sui Brand X, mi è sembrato opportuno ritornare sull'argomento.

    Forse, come quello dei Brand X, il post sull'amore è molto clickato perchè unisce le parole 'amore' e 'prog' insieme, per cui viene rintracciato anche involontariamente... ma cosa importa?
    Godiamoci questo successo con qualche altro splendido esempio di buona musica ispirata dall'amore nei suoi differenti aspetti!


    Vi ricordate un vostro primo appuntamento?
    L'eccitazione del momento, il cuore che batte forte in gola, le mani che tremano e tutto il resto?
    Beh... prima dell'appuntamento ci sono sempre i preparativi: scegliere la mise da indossare, curare la propria persona, provvedere (più frequentemente per noi maschietti) a procurarsi un piccolo pensiero che possa sorprendere l'interlocutore e tutto il resto.

    Ascoltate i Genesis come interpretano un appuntamento galante...




    Attendete che il mio cuore smetta di palpitare all'impazzata....
    E' un brano di una dolcezza incommensurabile!
    Cosa c'è  di più dolce di un appuntamento con la persona che si brama avere tra le braccia?

    Cercate di comprendere il differente atteggiamento mentale dei due:

    Lei: Torna a casa dal lavoro, rimuove velocemente i resti della colazione del mattino, si getta sotto la doccia e poi cura la sua persona con spezie e profumi per sentirsi più adeguata all'evento. Come tutte le donne si attarda in questa pratica e quando si ricorda che dovrebbe rifare il letto è troppo tardi e si prepara per uscire;

    Lui: Ha fatto una doccia veloce, si è vestito di tutto punto, si è spruzzato un pò di profumo, ha preso il piccolo dono (la "Chocolate Surprise") per la sua compagna e mentre, tutto impettito, prende la porta, si accorge di non aver rifatto il letto e pensa: "Cosa importa? Dovrò rifarlo con lei stanotte!". Chiude a chiave il suo seminterrato e vola su per le scale.

    A questo punto il narratore, che non a caso è un tale Peter Gabriel, ci lancia un messaggio:

    Take a little trip back with Father Tiresias
     Listen to the old one speak of all he has lived through
    I have crossed between the poles, for me there's no mystery
    Once a Man like the sea I raged,
    once a woman like the earth I gave
    But there is in fact more earth than sea

    Padre Tiresia fu chiamato a dirimere una controversia amorosa fra Zeus e Era, che volevano sapere chi, in amore, prova più piacere.
    Tiresia, che era stato prima uomo, poi donna, poi ancora uomo, rispose che in amore il piacere si compone di dieci differenti parti: l'uomo ne prova soltanto una, la donna invece le altre nove. 

    Tutto questo è trasportato mirabilmente in musica con la prima parte del brano ricca di dolci arpeggi di chitarra a supporto ora della voce di Gabriel, ora del suo flauto traverso.
    E' la dolcezza, mista all'eccitazione, dell'attesa e della preparazione dell'evento.

    A partire dal minuto 5,55 l'ambientazione cambia: il tempo muta in 7/8 e la ritmica si fa più sostenuta: ora i due giovani sono insieme e godono della reciproca compagnia e tutto sembra andare come entrambi speravano: le schermaglie amorose, i complimenti smisurati, gli sguardi d'intesa, la mano nella mano, i baci profondi e qualche carezza audace.
    Non è meraviglioso tutto ciò?

    Come meravigliosa è la ritmica fluida di Collins, che in paradiddle fra cassa, rullante e hi-hat ci regala un altro esempio della sua maestria. Il tutto in appoggio al lungo e intenso assolo di tastiere di Banks.



    Un vecchio adagio diceva 'L'amore non è bello se non è litigarello'.
    In questo brano, però, le conseguenze dei litigi stanno portando all'esasperazione il nostro Nick D'Virgilio:





    Il brano parte molto elettrico, come accade sovente negli Spock's Beard (ricordiamo che sono americani!), ma successivamente evolve verso una sezione sempre più intimista, fino a terminare con la sola voce accompagnata dalla chitarra.
    Vi prego di notare quanto sia superlativo il drumming di Nick, sempre così ispirato, ricco ed efficace. In realtà tutti i musicisti sono di ottimo livello.
    Al minuto 3,20 c'è il momento più intenso del brano, con quel canto accorato e il successivo crescendo di tastiere che apre a una nuova sezione cantata.
    Quando la musica lentamente scompare e rimane solo voce e chitarra la sensazione di disagio è tangibile.
    I've found my bottom line
    or it found me 
    E' allo stremo e non vuole ammettere di dover prendere una decisione, allora spera che sia la decisione a farsi strada da sola nella sua testa.
    Non è buffo, è drammatico: quante volte avete avuto la stessa sensazione anche voi?


    Sfortunatamente l'amore non ci regala solo gioie.
    Sarebbe troppo bello vivere soltanto le leggere, piacevoli sensazioni del primo appuntamento, o dei primi tempi di un rapporto, con gli inevitabili litigi e riappacificazioni (che in fondo sono la parte migliore del litigio!).

    Spesso le cose si complicano e  ci si trova ad affrontare differenti stati d'animo...
    In questo i Marillion sono maestri!
    Ascoltate questo brano.





    Prestate attenzione all'intensissima interpretazione di Hogarth, che canta come se avesse davvero il cuore in frantumi nelle sue mani.
    L'intro fosca e tetra e l'attacco esplosivo di chitarra sono eccezionali.
    Notate il drumming ruvido di Mosley, con quella strana, ma azzeccatissima, sincope e il basso preciso e fluido di Trewavas.

    Ma è il secondo attacco di chitarra, seguito dall'assolo, a strappare l'emozione, perchè Rothery interpreta alla grande il pathos del brano, con quelle sue note lunghe, i bendings, gli outsiders e tutto il resto!

    E quando Hogy riprende a cantare e urla:
    ...and you know how it is!
    with this fragments of love
    and this splintering heart 
    with this fragments
    and this splintering heart! 
    La sensazione finale, quando torna l'ambientazione tetra dell'intro, è di spossata tristezza.

    E' un brano molto intenso, non è vero?


    A questo punto avrei potuto inserire un brano che potremmo definire 'Le conseguenze dell'amore'.
    Se vi va, andate a riascoltarvi 'Nothing at All' dei Gentle Giant  nel post a loro dedicato.
    Qualora non aveste avuto l'occasione di leggere di loro, potrebbe essere questo il momento giusto(Anche perchè in quella pagina c'è un'altra splendida canzone di un amore finito: 'Think of Me With Kindness')!

    Sull'argomento delle 'conseguenze' , ma basato su una storia decisamente più fantasiosa, non posso trascurare di aggiungere quello che capita a Rael, protagonista di The Lamb Lies Down on Broadway, dopo aver goduto dell'amore delle Lamia!





    Che splendore, non è vero?
    Con quel pianoforte dolce e struggente al tempo stesso!
    E la voce di Peter è così calda e avvolgente...

    Mute melodie riempono la sala echeggiante
    e non c'è alcun segnale di pericolo
    nel richiamo delle sirene
    Ma come sovente accade... il pericolo si manifesta quando è ormai troppo tardi.
    Per non diventare uno 'slipperman' Rael sarà costretto a subire un'evirazione.


    In alcuni casi tutto l'insieme di sensazioni positive che si provano in amore non viene generato da un'altra persona o essere vivente, ma da qualcosa che non è materiale.
    Ne senti il flusso nel tuo corpo ogni volta che riesce a sorprenderti, ne godi dei benefici quando ti ci trovi a contatto diretto, quando riesci a sentire che ti appartiene e che non tradirà mai le tue aspettative.
    Il prossimo brano è il manifesto di questo blog: non è prog, è un semplice rock sinfonico, ma dice esattamente ciò che provo nei confronti della MUSICA.





    Continuo a pensare che la MUSICA sia davvero l'unica cosa che non mi lascerà mai solo.

    domenica 8 maggio 2011

    Qualche (sorprendente) statistica

    Ciao a tutti.

    Sono trascorsi ormai sei mesi interi dall'apertura di questo blog. Il mio primo post infatti fu pubblicato il 31/10/2010.

    E' tempo di fare un piccolo bilancio dell'attività. Se vi va di scorrere con me le statistiche troverete alcune cose divertenti, altre sorprendenti sia in positivo che in negativo.

    Partiamo dalle statistiche dei contatti (circa 1400 in totale):


    Italia, 1.071
    Stati Uniti, 131
    Regno Unito, 21
    Giappone, 18
    Slovenia, 14
    Danimarca, 9
    Francia, 9
    Germania, 8
    Paesi Bassi, 6
    Argentina, 5

    Ora... a me non sorprende il totale: 1400 contatti in 6 mesi sono pochini, ma è anche vero che il blog è tutto sommato poco pubblicizzato.
    Nè mi sorprende che la maggioranza dei contatti sia italiana. Sarebbe stato strano il contrario! Il blog, teniamolo presente, è scritto tutto in italiano.
    Ciò che mi sorprende è l'assiduità degli Stati Uniti, con circa il 10% dei contatti totali!
    Forse comprenderemo dopo il perchè di questa anomalia...
    Ma il Giappone? Come mai ci si collega da un posto in cui non è facile trovare chi parli in inglese, figurarsi in italiano? Questo è proprio sorprendente.
    Gli altri stati europei sono tutto sommato quelli che generalmente seguono con maggiore assiduità questo genere musicale e probabilmente vi incappano facendo qualche ricerca.

    Passiamo ai Post:

    I Marillion, 168
    I Brand X, 77
    Ocean Cloud, 42
    Una breve (?) presentazione, 41
    Prog Drummers ci si nasce o ci si diventa?, 28
    I Gentle Giant, 27
    La "suite" perfetta, 24
    I Pink Floyd, 23
    Starless - La disperata constatazione del nulla cosmico, 21
    Prog Drummers - 2, 21

    COOOOSA? Al secondo posto dopo i Marillion (che c'era da attendersi fossero al primo, vista la folta schiera di aficionados proveniente dal fan club dei suddetti) ci sono addirittura i Brand X?
    Pensateci su mentre andiamo avanti!
    Sorprende non vedere nelle prime posizioni una band che oggi annovera moltissimi fans: I Porcupine Tree.
    Non mi è possibile vedere quante visualizzazioni conti, ma sono sicuramente meno di 20. Sorprendente! 
    Invece mi fa piacere che le mie argomentazioni tecnico/strumentali siano entrambi presenti in classifica.
    Mi ha un pò deluso non vedere i Genesis, ma ritrovare degli outsiders come i Gentle Giant mi ha riempito il cuore di orgoglio!
    Così come mi ha fatto piacere il riscontro di 'Starless'. Ci tenevo davvero tanto!
    E' molto piaciuto il post 'L'amore ai tempi del Prog', ma essendo di recentissima pubblicazione non raggiunge ancora le 20 visualizzazioni. Il bimbo crescerà sano e forte, ne sono sicuro!

    Ma torniamo ai secondi classificati e proviamo ad incrociare i dati con quelli del pubblico...
    Io ci ho pensato molto. I Brand X, per quanto gruppo estremamente innovativo a quel tempo e per quanto al giorno d'oggi valutati molto positivamente, non sono tanto famosi come gli altri gruppi.
    Credo che per un meccanismo perverso delle ricerche su internet, quando dagli Stati Uniti cercano il 'marchio di riferimento'  o il 'marchio nascosto', venga fuori appunto 'Brand X', che unito a qualche altro termine inglese che ho scritto nel post, orienta involontariamente il 'malcapitato' verso il mio post.

    Estremamente deludente (per me che scrivo) è il numero dei commenti: solo 21.
    Pochissimi si cimentano a scrivere qualcosa e sono praticamente sempre gli stessi amici.
    Non ho mai avuto un commento da un 'esterno', nè positivo nè negativo.
    Nessuno si è cimentato ad intraprendere con me una discussione su nessuno dei miei post.
    Potrebbe essere un segnale di scarso interesse o di 'inettitudine' del web?

    Questo non significa che non scriverò più. Anzi!
    Datemi soltanto il tempo di riassestarmi un pò (anche mentalmente, oltre che logisticamente) e tornerò ad assillarvi!

    Mi inorgoglisce non poco vedere che la maggior parte dei contatti avviene attraverso Google.
    Al secondo posto c'è Facebook, ma lì sono davvero tutti i miei aficionados, parenti e amici.

    Ovviamente queste sono le mie considerazioni su quanto emerso dalle statistiche.
    Se c'è qualcuno che ne capisce più di me, anche relativamente alle chiavi di ricerca sul web, o abbia una chiave di lettura differente si faccia avanti!

    Alla prossima!