domenica 20 marzo 2011

I Porcupine Tree


E' noto a tutti che i vecchi progger, quelli come me che sono cresciuti nell'epoca d'oro dei Genesis, King Crimson, Pink Floyd, Gentle Giant e Yes, sono un pò (tanto) spocchiosi.
Quasi tutti sono convinti che ciò che si doveva dire s'è già detto, che tutto quello che è venuto dopo (compreso il neo-prog dei Marillion, beninteso!) sia soltanto una pallida verosimiglianza dei fasti passati.

Quando, nel 2000, bussai  timidamente (non tanto) alla porta del fanclub dei Marillion, o meglio, a quella della Mailing List, ero anch'io un vecchio progger spocchioso, convinto che soltanto i Marils meritassero la mia attenzione, e che non ci fosse più nulla da tener presente.
Osservavo che gli altri membri del fanclub parlavano di molti altri gruppi contemporanei di cui io non conoscevo nulla, ma non ne ero attratto, convinto che fossero tutti cloni dei maestri (e per buona parte è davvero così! C'è un mare di roba che non merita neanche di essere ascoltata!).

A quel tempo la coordinatrice del fanclub e moderatrice della Mailing List, era una vivace ragazza milanese, dal cuore grande come una casa e gli occhi verdi e luminosi come due stelle (ma io l'avevo conosciuta soltanto via e-mail e non potevo saperlo). Inconsapevole (o era il contrario?) di trovarsi di fronte al tipico 'progger deluso dalla musica' mi propose di ascoltare i Porcupine Tree.
Quando vide che facevo resistenza, non insistette (non insiste quasi mai! In genere aggira l'ostacolo e ottiene il risultato in modo diverso!)... ma mi diede da tradurre alcune interviste e articoli riguardanti i PT (cosa vi dicevo? Aggira l'ostacolo!).
Nonostante, andando avanti con le traduzioni, scoprissi di trovarmi di fronte ad un leader troppo autoritario per i miei gusti, quasi alla stregua del più famoso (e sicuramente più titolato) Bob Fripp, alla fine Steven Wilson, leader incontrastato e incontrastabile dei Porcupine Tree,  riuscì ad incuriosirmi.

Questo è il primo dei loro brani che ho ascoltato (e non è neanche fra i migliori!):



Sebbene la musica, i registri, le tastiere e il modo di cantare siano orientati decisamente verso i Pink Floyd, la sezione ritmica è più ricca, con quel diavolo di Chris Maitland dietro ai tamburi e quella 'mammoletta' di Colin Edwin al basso (andate a vederli dal vivo e comprenderete perchè lo chiamo così!).

In realtà il brano non mi convinse al 100%, ma sentivo che in loro c'era qualcosa di buono e questo mi convinse a scavare più a fondo, così mi procurai l'intero album Lightbulb Sun.




Interessante, vero?
Il tono un pò canzonatorio della prima parte, con quel suono simile ad un banjo, lo scroscio di tastiere 'liquide', l'ostinato di chitarra acustica al centro del brano, con i giochi di tastiere e l'attacco micidiale di Chris sono eccezionali!
"Abbandonate tutto ciò che avete di umano... non vi servirà! E' l'ultima possibilità che avete di evacuare la Terra prima che sia riciclata!". 
 Steven Wilson non può considerarsi proprio un ottimista, ma potrebbe non avere tutti i torti, no?

 Nonostante Lightbulb Sun sia un album di transizione, è servito a farmi conoscere questa splendida band e le sue atmosfere ora oniriche, ora metalliche, ora di grande intensità emotiva.

Avete mai avuto bisogno urgente di un'ambulanza?





Spettacolare vero?
L'intro di percussioni, su quel flauto dissonante, con quella chitarra nervosa, rende l'idea della ricerca affannosa e senza tregua!
E l'esplosione di suoni, con quel sax (è Theo Travis, il sassofonista dei Gong, mica uno qualunque!) fa capire che la disperazione sale alle stelle! 
Poi c'è il momento in cui si riprende fiato, si tenta di ragionare... e infine entra prepotente Steven con la sua chitarra a darci l'idea che questa maledettissima ambulanza non si trova! Non si trova!
Che disperazione nel suo assolo, nel riff di basso di Edwin, e nel tappeto di tastiere!

Si potrebbe inventare un parallelismo rocambolesco: i Porcupine Tree stanno ai Pink Floyd come gli Ozric Tentacles stanno ai Gong.
Cosa significa? Gli OT traggono ispirazione dai Gong, ma mentre questi ultimi mantenevano una matrice di tipo jazzrock, i primi sono puramente rock.
Ma non è così: i PT non sono i PF privati della matrice blues e aggiungendovi il rock. Sono molto di più.
Nella loro musica possiamo trovare la giusta dose di eletttronica, i ritmi trance, un pò di heavy rock e qualche sguardo a qualcosa di nuovo.







Che ne dite?
Intro inquietante, con quella risata di bambino... e poi l'esplosione dei suoni tanto cara a Wilson.
Ascoltate bene Chris Maitland. In questo brano fa comprendere appieno il suo valore: uso dei raddoppi di cassa con stile e precisione, fills mai eccessivi ma incisivi, dinamica perfetta... e nell'intermezzo fa una pregevolezza stilistica, anticipando il colpo sul rullante, ad ogni passaggio, fino a farlo coincidere con la cassa. Probabilmente un altro batterista avrebbe mantenuto sempre lo stesso pattern, visto che il basso non presenta variazioni! Questo pattern permane, seppure dinamicamente più soffuso, anche sotto il bel solo di Wilson.






Bello questo brano, molto intimista.
"Prosciugato.. la chitarra sulle mie ginocchia" 
oppure
"Sono un'ombra facile da ignorare"
Anche qui i cori sono molto 'pinkfloydiani', come pure l'ambientazione, ma il crescendo è tipico dei PT, con quella chitarra acida, la batteria che dinamizza  e le tastiere di Barbieri che contribuiscono al pathos dell'intero brano.

Potrei proporvi decine di brani di pari intensità, la discografia dei PT ne è piena, specie quella parte più intimista che va da On the Sunday of Life a Lightbulb Sun.

Successivamente avverrà un cambiamento importante nel sound del gruppo, che diventa più metal oriented e pertanto necessita di un diverso stile di batteria, più ostentato e tecnico. 
Infatti a partire da 'n Absentia, altro album che io considero transitorio, dietro ai tamburi compare Gavin Harrison, dotato di ottima tecnica, ma secondo me meno creativo e raffinato di Maitland.

Questo non significa che i nuovi PT siano peggiori o migliori dei primi: sono soltanto un pò diversi, ma sempre di notevole spessore artistico, come si potrà ascoltare nel brano seguente:





Bellissimo, vero?
L'intro di tastiere, sempre molto fluide è intenso ed è un ottimo tappeto per la chitarra di Steven.
L'arpeggio di chitarra è ricco di pathos e i cori contribuiscono a dare la sensazione di abbandono.
"Ho dovuto semplificare tutti i miei progetti, tutti i miei piani sono saltati... e tutti i miei sogni sacrificati"
Il solo di Wilson è, come sempre, molto malinconico, con quelle note lunghe, quei bending tirati...
La parte heavy è di notevole impatto, con quel crescendo che sale fino all'esplosione delle tastiere, bellissima, intensa, emotiva, che ci porta all'intermezzo di chitarra e percussioni, inatteso quanto dolce e perfettamente inserito nel contesto del brano.

A mio modo di vedere Deadwing è forse il lavoro migliore  dell'ultima fase.
Non a caso i successivi Fear of a Blank Planet e The Incident, pur essendo due ottimi lavori, incominciano a manifestare una certa 'prevedibilità', per cui si 'metabolizzano' velocemente e ciò lo si comprende perchè (almeno per me)  c'è un minor desiderio di rimetterli nel lettore, rispetto agli altri.

La svolta heavy non ha intaccato per nulla il forte legame che c'è fra la musica dei PT e quella dei PF, come si può notare da questo brano, che sembra un omaggio a Animals.





Cosa vi dicevo sulla 'prevedibilità'? 
Il brano è molto bello sia come atmosfera che come struttura, ma è un pò 'già sentito', indipendentemente dai riferimenti ai PF (anche in passato sono sempre stati presenti).

I Porcupine Tree sono stata la mia riapertura a questo genere musicale cui sono tanto legato e che pensavo ormai appartenente solo alla mia gioventù.
Partendo da loro (e  ringrazio ancora la mia amica che me li ha fatti conoscere) sono tornato alla ricerca di nuovi (o rinnovati) territori da esplorare, con nuova energia e voglia di scoprire.

Da allora li seguo con immutato entusiasmo ma... sarò ancora una volta un vecchio progger spocchioso, poco incline al nuovo e difficile da convincere, però la mia preferenza va ai primi Porcupine Tree, più intimisti e di atmosfera, più malinconici e ovattati, pertanto vi lascio con questo 'sonno senza sogni'.




Al prossimo post!

domenica 13 marzo 2011

The Lamb, The Wall, Quadrophenia - I miei capisaldi





Che spettacolo, eh?
Le tre sleeves dei miei albums preferiti in sequenza!
Mi emoziona il solo vederle di seguito, così come sono impresse indelebilmente "in my heart and in my soul"!

Per coloro che mi conoscono bene non è una sorpresa.
Ho sempre detto a tutti coloro con cui parlo di musica che questi sono gli unici album concept (cioè che narrano una singola storia) che non posso ascoltare se non dall'inizio alla fine.

Molto probabilmente ciascuna di queste tre pietre miliari troverà uno spazio tutto suo su questo blog, anche se The Who non possono essere considerati proprio progressive, ma qualcosa che ne contiene alcuni aspetti (il sito www.progarchives.com  li considera infatti 'proto-prog').

Ma cosa può accomunare la storia di Rael, il protagonista di The Lamb a quella di Pink o a quella di Jimmy? Perfino le ambientazioni sono diverse!
Rael si muove in una New York sotterranea, popolata da strani personaggi (tutti ovviamente allegorie di situazioni o personaggi della vita reale);
Pink si muove nel mondo stressante quanto luccicante delle rockstar, con le groupie, i manager privi di scrupoli e tutto il resto;
Jimmy vive le sue storie di mod ribelle in un ambito storico completamente differente (anni '60), per le strade di Londra e di Brighton, a cavallo della sua Lambretta.

Eppure qualcosa c'è... analizziamo velocemente le tre storie, così come le ho interpretate io...


The Lamb Lies Down on Broadway(1974) - Genesis

Il giovane Rael è un portoricano che non è riuscito ad integrarsi nella Grande Mela e vive ai margini della società, tra furti, atti di teppismo e reclusioni. 
Sostiene di avere un fratello, John, che invece si è integrato perfettamente nella società, tanto che ha vergogna di lui, per cui lo tiene a distanza.
Rael è solo, e per dimostrare a se stesso e agli altri che la situazione non gli pesa, ostenta sicurezza, durezza e continua a commettere i suoi piccoli misfatti.
Dopo una nottata trascorsa a scrivere il suo nome sui muri della metro (solo così riesce a dimostrare a se stesso e agli altri di esistere), viene improvvisamente risucchiato in un'avventura sotterranea dove incontra numerosi strani personaggi (tutti molto vicini alla Morte), sui quali conta di fare affidamento, ma viene regolarmente contraddetto dai fatti.
E' tutto molto semplice: Rael è disperato e vorrebbe farla finita, ma qualcosa glie lo impedisce.
Allora comprende che deve cavarsela, come al solito, da solo, specie perchè il fratello, l'unico che potrebbe farlo realmente, rifiuta ostinatamente di aiutarlo.
Sul finire della storia, Rael, costretto a farsi evirare per sopravvivere, insegue il corvo che gli ha sottratto il tubo contenente il suo pene, quando vede che suo fratello John è scivolato nel fiume sotterraneo ed è preda delle rapide. A quel punto Rael lascia perdere sia il corvo che la finestra che gli si è parata davanti, che gli permetterebbe di tornare al modo di superficie, e si lancia fra le rapide per salvare il fratello. 
Quando finalmente riesce a trarlo in salvo si accorge, con sua enorme sorpresa, che ha salvato se stesso e non il fratello
Something's changed, that's not your face... It is mine! It's mine!
ma per fare ciò è costretto a rimanere solo con se stesso nel mondo sotterraneo.
John non era altro che una proiezione di Rael, pertanto era egli stesso a negarsi aiuto, ma quando ha ravvisato che c'era il forte rischio di perdersi irrimediabilmente, ha reagito rimettendosi in gioco, pur consapevole di dover affrontare un lungo periodo di scelte difficili (il buio sotterraneo, appunto...).



The Wall (1979) - Pink Floyd

Pink è una rockstar di successo.
Ciononostante è pieno di insicurezze provenienti da un'infanzia vissuta in assenza del padre, morto in guerra (da notare che anche in Tommy dei The Who il padre è considerato morto in guerra), con una madre incombente e asfissiante, un matrimonio fallito, forse perchè contratto frettolosamente per sfuggire all'incombenza della madre, e tante piccole manie (stare sempre davanti alla TV, indipendentemente da ciò che trasmette, distruggere le cose e mettere in ordine spasmodicamente tutti i pezzi, dal più grande al più piccolo, etc.), è preda dei suoi manager che, assumendosi le responsabilità di tutte le sue 'stranezze', pretendono di regolargli la vita con ritmi di lavoro massacranti e stressanti.
Pink si rende conto di essere circondato da decine di persone che non manifestano alcun interesse per lui, ma solo per quello che egli può procurar loro in termini pratici e gradualmente si convince che per sopravvivere non c'è altra strada che rinchiudersi in se stesso, costruire un muro (The Wall, appunto) che lo preservi dagli attacchi esterni, diventando così 'piacevolmente insensibile', come asserisce nel brano cardine del doppio album
I have become Comfortably Numb 


Pink è disperatamente solo.
Ma il suo innato desiderio di manifestare ciò che sente (è pur sempre un artista dotato di un'enorme sensibilità) lo costringe a scrivere in versi, su un libriccino di cui soltanto lui conosce l'esistenza, tutto il suo disagio.
Quando viene trovato in stato confusionale, con il libriccino in mano, comprende che tutte le sue paure e i suoi pensieri più reconditi ora diventeranno di pubblico dominio, pertanto dovrà affrontare il giudizio di tutti ('The Trial') e sarà costretto ad abbattere il muro che lo nascondeva, per manifestarsi inerme agli attacchi esterni.



Quadrophenia (1973) - The Who

Jimmy è un giovane ragazzo londinese.
Lavora come fattorino in un'azienda, ma odia il suo lavoro e lo fa svogliatamente, solo per guadagnare qualcosa per agghindarsi, 'customizzare' la sua Lambretta e comperare qualche pasticca per sballarsi un pò con i suoi amici mods. 
E' innamorato pazzamente di Steph, una ragazza che ama solo divertirsi, con il cervello leggero come una piuma, che non lo fila quasi per niente.
Quando, ad un raduno di motociclisti a Brighton, i due si trovano coinvolti in una maxi-rissa tra mods, rockers (nemici giurati dei primi) e polizia, Jimmy trascina Steph in un nascondiglio sicuro e lì consumano un frettoloso rapporto sessuale che farà credere a Jimmy di aver conquistato la ragazza.
Nel corso di questo viaggio Jimmy conosce anche il suo mito mod, un tale Ace.
Al rientro a casa i genitori di Jimmy, appresa la notizia dalla polizia e avendo scoperto sotto il materasso le pasticche, intimano al ragazzo di andare via di casa.
A quel punto tutto precipita: Jimmy perde il lavoro, Steph non vuole più saperne di lui e in un incidente sfascia la sua Lambretta.
A questo punto Jimmy realizza che Brighton è stato l'ultimo momento felice della sua vita e vi torna in treno, sperando di ritrovare se stesso.
Nel suo girovagare vede parcheggiata davanti ad un Hotel la Vespa di Ace, ed è contento di poterlo incontrare ancora. Purtroppo il suo mito, così sicuro di sè, così figo, così sprezzante sulla pista da ballo, nella vita reale fa il fattorino ('Bell Boy') ed è manifestamente sottomesso ai suoi superiori e ai clienti dell'hotel.
Il confronto con la realtà e l'enorme delusione spingono Jimmy a rubare la moto di Ace, convinto che non la meriti, e si allontana sulla scogliera, ripensando a tutto ciò che gli è accaduto.
Quando realizza che è tutto perduto, o meglio, che era tutta un'illusione e perfino l'amore è un mondo di cui non fa parte ('Love, Reign o'er me'), Jimmy si lancia con la moto a tutta velocità dalla scogliera e la fa finita.

Da rilevare che nel film tratto dall'album, il protagonista lancia dalla scogliera soltanto la moto, come per liberarsi da un feticcio e concedersi una nuova possibilità, ma io non concordo con questa versione perchè, se ascoltate, alla fine di questo post, con quanta disperazione urla "Love!" alla fine del brano che chiude l'album, prima del tonfo della moto sulla scogliera, non credo sia possibile che mediti una nuova possibilità.


Ecco... queste le storie dei tre protagonisti.
Ancora non siete arrivati a cosa le unisce? Ve lo dirò io...
LA SOLITUDINE DISPERATA.

Ciascuno dei tre protagonisti è irrimediabilmente solo ed è cosciente di non poter contare su nessuno.
Tutti e tre si sentono inadeguati all'ambiente in cui vivono e vi si ribellano, ognuno a modo suo: Rael fa il teppista, Pink chiudendosi in se stesso e Jimmy illudendosi che la vita sia soltanto Lambrette, pasticche e abiti attillati.
E se Rael tenta di rimboccarsi le maniche per risalire la corrente scavando nella sua personalità, Pink è costretto a farlo dagli eventi  (ma per entrambi non sappiamo come andrà a finire), mentre Jimmy è così terrorizzato dal dover affrontare la realtà che preferisce farla finita, forse perchè  tutto sommato è il più debole dei tre.

Da tenere presente che ogni band ha una chiave di lettura diversa: i Genesis sono generalmente più ironici, anche se nell'album vi sono momenti di elevatissima tensione emotiva ('In the Cage', 'The Carpet Crawlers', 'Anyway'), i Pink Floyd sono più teatrali e ricchi di pathos, i The Who sono più malinconici e, specialmente nel finale, più disperati.

Sono tre album unici e inimitabili e non deve meravigliare se non è facile ascoltarne solo un estratto, perchè sono completi così come sono.

...E così quando sento il trillo del piano di Tony Banks che sale pian piano per dare spazio a
And the lamb lies down on Broadway






o il poderoso intro che succede al flebile suono dell'ocarina e anticipa
So ya, thought ya, might like to go to the show







o l'energico  riff di basso che parte dopo
Can you see the real me can ya, can ya?









vengo immediatamente catturato dall'atmosfera di queste tre pietre miliari e non c'è nulla che possa distogliermi dall'ascolto fino all'ultima nota di 'It'







'Outside the Wall'







e 'Love, Reign o'er me'







In quei momenti io sono Rael, Pink o Jimmy.
Vivo i loro drammi, le loro paure, le loro insicurezze e la loro disperazione, con l'intensità che mi trasmette la musica e i cazzotti nello stomaco che traspaiono dai versi.
Perchè ognuno di loro, per certi versi, alberga costantemente dentro di me, quasi come il DNA dei miei genitori.

mercoledì 9 marzo 2011

Steve Hackett - 2

Rieccoci a parlare del mio chitarrista preferito....

La predisposizione di Steve alle atmosfere ricche di tensione emotiva è chiaramente manifesta nel brano che vi propongo di seguito.






Ascoltate l'intro di flauto come anticipa la tensione che esplode con l'attacco di batteria e il tema del brano.
Che atmosfera! Specie sulle variazioni delle tastiere! E quel basso, così cupo e grave!
Sembra davvero di vedere qualcuno che cammina a passi lenti e pesanti, sofferente, nella steppa gelida!
La batteria qui è volutamente scarna, quasi metronomica, ma è necessario per sottolineare la pesantezza di ogni singolo passo.
E quando al minuto 3 si lancia in quello stridore nervoso, Steve è straziante!
Allo stesso modo sul finale, quando sul refrain sale di tonalità fino in cielo, riesce a farmi davvero rabbrividire, tanta è la dolcezza del suo tocco.

Una sensazione simile, ma tragicamente cupa e disperata, si percepisce nel brano successivo







Beh... ma 'Darktown' è il cimitero. Che speranze vuoi ritrovare in un cimitero?
Provate a 'dare un orecchio' al lavoro del sax.... com'è tragico e scarno, non è vero?
Esalta il senso di disperazione!


Una delle doti principali di Steve è la totale assenza di convenzionalità.
Nel corso degli anni la sua discografia si è arricchita di album ora di ispirazione neoclassica (A Midsummer night's Dream con la Royal Philarmonic Orchestra) ora di tributi al Blues (Blues with a Feeling) ora di reinterpretazioni di brani classici (Tribute. L'ultimo pubblicato in ordine di tempo, che contiene anche tre brani di sua composizione).

E' vero... ci sono anche albums un pò 'flop' ('Cured' e qualche altro), ma anche in questi è possibile ritrovare il suo stile, la sua passione per i classici e la sua energia!

To Watch the Storms non fa parte degli album di secondo piano...






Che bello questo brano... splendido, vero?
Quando, dopo la metà, si espande arioso e dolcissimo, mi mette addosso una pace malinconica...

In questo album si può trovare anche un tributo semi-nascosto a Robert Fripp, le cui sonorità sono spesso vicine a quelle di Hackett...Eccolo LIVE!





E' facile sentire le affinità con il brano che io considero 'il manifesto del prog rock': '21st Century Schizoid Man'. L'intermezzo quasi freejazz non riesce in ogni caso ad affrancarlo dal famoso brano dei King Crimson!

Da notare che spesso nei brani Steve usa suonare in perfetto sincronismo con il sax. Questo conferisce una sonorità di particolare spessore che è piuttosto atipica in questo genere musicale.

Steve Hackett è rimasto sostanzialmente fedele, per tutti questi anni, ai dettami del progressive rock, nonostante le sue digressioni nel classico e nel blues.
Questo me lo rende ancora più ammirevole perchè è andato avanti, a dispetto delle mode e dei momenti, proponendo sempre la sua musica, come la sa suonare lui  (che non è una bazzecola) e senza eccessivi compromessi.
La miscela di humor, energia, emotività e malinconia che traspare dai suoi brani è molto vicina ai molteplici risvolti del  mio carattere... forse è principalmente questo che lo rende per me unico e inimitabile! 

Vi lascio alle vostre considerazioni e ai vostri eventuali commenti con un dolcissimo brano di chiara ispirazione  bach-iana che, chi mi conosce, sa cosa significhi per me!





Ssssshhhhh......

domenica 6 marzo 2011

The Lamb Lies Down on Broadway - La fiaba

Questo post è dedicato a mia figlia Daniela.

A Napoli si dice che le persone devono essere educate fin dalla tenera età (la locuzione esatta in vernacolo è 's'hanna 'mparà 'a piccirille') affinchè vengano su con i giusti valori e riferimenti.
Daniela è cresciuta consumando una VHS di Tommy-The Movie, che girava nel VCR almeno 2 volte al giorno. Ancora oggi nutre molta simpatia per i The Who.
In compenso, al momento della cena (o del pranzo), quando ero io a darle da mangiare, le raccontavo la storia sotterranea di Rael e di tutte le disavventure che gli capitavano in quei luoghi angusti e popolati da strani personaggi.
La chiamava 'La storia delle gallerie' e si era così appassionata che non c'era verso di cambiare argomento!
Merito forse anche di questo padre, che glie la raccontava con passione e ricca di particolari ora divertenti, ora di fiaba dark. E lei mi ascoltava rapita, sgranando i suoi occhioni o ridendo, secondo il momento. 

Ho sempre sperato che, da buon amante delle cupe atmosfere inglesi, Tim Burton prima o poi si cimentasse (lontano dai dettami Disney che lo hanno indotto a fare scempio di Alice in Wonderland) a portare sullo schermo questa storia fantastica e ricca di contenuti forti, ma ormai non ci credo più. Inoltre sarebbe indispensabile che i cinque autori tornassero a collaborare tutti insieme e ciò potrebbe essere ancora più complicato!

Coloro che mi conoscono sanno che per me The Lamb..., come sono solito chiamarlo affettuosamente, è in perfetta sintonia con tutte le mie corde e membrane interne. E' l'album che, in assoluto, pongo in cima alla mia scala dei valori ed in tanti anni, nonostante l'enorme mole di musica ascoltata, niente e nessuno è riuscito a scalzarlo da quella posizione stellare. Non solo... non riescono neanche ad avvicinarsi, tanta è la distanza che li separa!
E' tutto lì: humor inglese, disperazione, rabbia, viaggi fantastici, incontri stravaganti, pathos, allegoria...e il tutto è espresso in musica e versi di altissimo livello.
Ho sempre asserito che ovunque io andrò (e ciò significa anche alle 'vacanze permanenti') The Lamb... in doppio vinile verrà con me comprese le traduzioni di Armando Gallo e tutto il resto.

I post su The Lamb... saranno due o più: in questo che segue racconto la fiaba dark più o meno come la raccontavo a Daniela (ovviamente priva dei suoi interventi e richieste di chiarimento che erano, tutto sommato, la parte più divertente del racconto), nell'altro tornerò ai miei abituali argomenti emotivo-sentimental-cultural-musicali!




LA STORIA DELLE GALLERIE 
(Fiaba ispirata all'album The Lamb Lies Down on Broadway)


Siamo in America, a New York, nel quartiere di Manhattan.
E' mattino presto e nella prima luce dell'alba un ragazzo vestito con un paio di jeans e un giubbotto di pelle nera esce dalla metropolitana. E' Rael.
Per chi non lo conosce, Rael è un pò cattivello: scrive sui muri, fa a botte con gli altri ragazzi e non va a scuola.
Sono tutte cose che non si fanno! E' brutto quello che fa Rael! Ma perchè lo fa, se è brutto?

Rael non è stato fortunato come te nella vita!
Tu hai una casa, mamma, papà e la sorellina che ti vogliono bene e ti fanno giocare!
Rael non ricorda quando ha giocato l'ultima volta, la mamma e il papà non ci sono più, ed ha soltanto un fratello che ha vergogna di lui perchè tutti dicono che è troppo buono per avere un fratello come Rael!
Così Rael per far vedere che è forte, che sa stare da solo, fa tutte quelle cose cattive.
Stanotte ha di nuovo scritto sui muri ed è fiero di averlo fatto, ma appena esce dalla metropolitana un vento forte gli fa appiccicare addosso tutta la polvere ed è tanta, ma così tanta, che Rael non può più muoversi e sviene dalla paura!

Quando si risveglia si trova in un posto buio, sente soltanto un rumore di gocce d'acqua che cadono e si accorge di essere chiuso in una caverna sotto terra! Che paura! Come farà ad uscire da lì?
Improvvisamente vede suo fratello John fuori dalla caverna, lo chiama, gli chiede aiuto, ma John sembra non sentire! Te l'avevo detto che si vergogna di lui!
Rael è disperato! Come farà ad uscire? Dovrà rimanere lì dentro per sempre? E come farà a mangiare, bere e fare la pipì? Mica si può fare la pipì addosso!
La cosa strana è che appena John si allontana la porta della caverna scompare... e lui può uscire!
Ma dove può andare? Non sa neanche che direzione prendere! Allora incomincia a camminare nelle gallerie sotto terra, ma più cammina più si fa buio!

Improvvisamente nel buio vede una piccola luce arancione e decide di avvicinarsi.
Man mano che si avvicina si accorge che è una grande stanza! Grandissima! Con 32 porte! Immagina quanto dev'essere grande!
In questa stanza ci sono un sacco di persone che cercano di uscire e parlano fra loro.
Anche Rael tenta di uscire ma ogni volta che apre una porta, percorre un corridoio e torna di nuovo nella stanza! Magia! Non c'è verso di uscire da quella stanza!

Mentre cerca la porta giusta una signorina gli chiede aiuto, ma Rael dice che è lui ad aver bisogno di aiuto!
Allora lei gli prende la mano e dice "Vieni con Lilith!". A quel punto Rael si accorge che Lilith è cieca!
Dove lo può mai portare una cieca? Finora lui, che ci vede benissimo, non è riuscito ad uscire! Figurati una cieca!
Ma tu lo sai che i ciechi si accorgono di molte più cose di quelli che vedono bene! Papà te l'ha spiegato!
E così Lilith, seguendo il vento fresco che viene da una porta, porta Rael, attraverso una lunga galleria buia, in una caverna ancora più buia grande grande! Lì lo fa sedere su una pietra e gli dice: "Non aver paura. Verranno a prenderti!". Ma Rael ha paura lo stesso! Però almeno adesso sa dove fare la pipì! Chi vuoi che lo veda in una caverna così grande?
Ma mentre cerca un posto per fare la pipì ecco che arriva un signore vestito di bianco in una grande palla luminosa! Questo signore gli dice: "Eccomi qua scusa il ritardo!". E Rael pensa. "Potevi fare anche un pò più tardi! Almeno facevo la pipì!". Poi gli soffia in faccia un profumo e Rael si addormenta.

Quando si risveglia è in un corridoio pieno di candele e sente un forte profumo, così segue la scia e si trova in una stanza con una grande piscina e tre sirenette nell'acqua!
T'immagini la sorpresa di uno che si trova tre Ariel in una piscina? Tu saresti contenta? Io si!
Anche Rael è contento e si tuffa nella piscina, ma si accorge troppo tardi che quelle che sembravano sirenette non sono per niente buone! E incominciano a morderlo e a pizzicarlo, fino a che Rael  scappa dalla piscina e corre via in un'altra galleria vuota e buia. Non c'è mai luce sotto terra!

Ad un certo punto arriva su una strada tutta sporca e rovinata che lo porta in un'altra caverna abitata da strani uomini con la pelle gialla e pieni di bolle su tutto il corpo! Uno di questi gli dice che siccome è stato nell'acqua con le streghe anche lui diventerà come loro.
"Nooooo! Come voi nooo!" - Dice Rael - "Che schifezza!".
"E allora va' dal dottore con tuo fratello e fatti curare! Ma fa' presto! Altrimenti nessuna medicina ti potrà salvare!"- dice lo Slipperman.

Così Rael finalmente ritrova suo fratello John e gli spiega tutto, ma John non vuole accompagnarlo dal dottore, ha troppa vergogna di lui! Rael è dispiaciuto perchè John ancora una volta gli ha voltato le spalle! Pensava che essendo suo fratello, gli volesse almeno un pò di bene!
Mentre va via John scivola e cade nel fiume sotterraneo che scorre sotto le rocce, batte la testa e sviene!
In quel momento si apre per magia davanti a Rael una finestra nella roccia e lui vede finalmente, nella luce accecante del giorno, la possibilità di tornare a casa! La sua casa, per quanto piccola e rovinata,  non gli è mai sembrata più bella di ora!
Rael deve decidere: saltare nella finestra e tornare a casa o salvare il fratello e perdere le speranze di salvarsi?
"Joooohn!"- urla Rael mentre la finestra si richiude facendogli capire che non tornerà mai più a casa.
Si tuffa nel fiume per raggiungere il fratello svenuto, lo raggiunge a nuoto e lo porta in salvo!
Quando John si sveglia Rael gli dice: "Era da stamattina che dovevo fare pipì! L'ho fatta nel fiume!"
E tutti e due ridono e si abbracciano!

Vedi, gioia mia, non sempre le cose sono come sembrano.
Agli occhi di tutti Rael sembrava un pò cattivello, John sembrava il fratello buono...
Ma John si tirava sempre indietro quando doveva aiutare Rael, invece Rael non ci ha pensato un attimo a tuffarsi per salvare il fratello! Eppure sapeva che questo l'avrebbe fatto rimanere per sempre nelle gallerie buie!
Se Rael avesse avuto qualcuno che gli stava accanto, gli volesse bene e lo coccolasse un pò, come facciamo noi con te, forse non avrebbe mai fatto tutte le cattiverie che faceva per farsi notare!


Ho raccontato a Daniela questa storia decine di volte. E altrettante volte all'ascolto si univa anche Simona, che era più grande e ne raccoglieva maggiormente i messaggi che trasmettevo.
Naturalmente, pur mantenendo inalterata l'ossatura originale, ogni volta cambiavo qualche dettaglio, oppure vi aggiungevo altre descrizioni, per renderla sempre nuova, divertente e avvincente.


Le mie figlie sono cresciute così. Non credo di aver fatto danni, visto come sono venute su entrambi, sempre pronte ad aiutare il più debole, sempre così sensibili verso tutte le forme d'arte, con la giusta dose di ironia e sempre buone di animo e di  cuore.

Comprendo che coloro che generalmente leggono questo blog potrebbero trovare questo post un pò 'fuori range', ma sentivo il bisogno di trasmetterlo ugualmente.
Perdonate la digressione! Tornerò nei ranghi immediatamente. :-)

Steve Hackett - 1




Chi di voi avrebbe mai incominciato un album, o meglio una carriera solista, con un brano del genere?
Ritmicamente complesso, con chitarre tirate allo spasimo e intervalli di acustica micidiali, linee di basso articolate e sorrette da un drumming fantasioso ed incisivo!

In realtà Voyage of the Acolyte vide la luce poco tempo prima della fuoriuscita di Steve dalle fila dei Genesis, ma immagino che egli già intravedesse il progressivo allontanamento degli altri tre (Gabriel era già alle prese con la sua carriera solista) dalle sue composizioni un pò barocche, solenni e incentrate sulla miscela di chitarre acustiche, classiche ed elettriche.
In realtà l'album suona Genesis perchè vi suonano Rutherford e Collins, ma rispetto alla band di origine trovano spazio ritmiche più nervose, chitarre più acide, inserimenti di porzioni classicheggianti, effetti sonori, ironia e tutto quello che caratterizzerà per sempre la successiva produzione musicale di Steve.

La sua 'insana' passione per la musica classica (più volte citerà Bach nelle sue composizioni) lo porta a comporre brani di notevole spessore, con crescendo di notevole intensità. Il brano che segue ne è un esempio!




Ascoltate come si uniscono man mano tutti gli strumenti a partire dal glockenspiel iniziale, l'incredibile energia che si sprigiona man mano che il brano sale d'intensità, la gravosità delle note basse che contribuiscono a conferire pathos al brano, il lavoro di cesello delle variazioni di Phil dietro ai tamburi, i brividi che salgono lungo la schiena quando fa stridere la chitarra sulle campane tubolari nel finale....
E' incredibile notare che una tale emozione si sprigiona essenzialmente da TRE note ripetute all'infinito!

Ma Steve è questo ma anche tutt'altro! 
In realtà la sua personalità musicale comincia ad essere manifesta a partire dal primo vero album solista, dove non sono più presenti i suoi vecchi 'compagni d'armi', ma prende in prestito un paio di elementi dagli americani Kansas (cantante e batterista) e lascia cantare due brani a Richie Havens e uno, splendido, a Randy Crawford, dando vita a Please don't Touch, che non fu immediatamente compreso in quanto si staccava decisamente dalle sonorità genesisiane del primo lavoro.

Credo di non aver mai sentito una canzone d'amore altrettanto toccante come questa.





Musicalmente è splendida, con quell'intermezzo classicheggiante che anticipa l'intensa interpretazione di Randy. Mi sconvolge OGNI VOLTA che la sento urlare:
How can I go on alone when your love
when your love is all I've known 
 ...e credo che ancora una volta l'oggetto dei pensieri di Steve fosse la bella Kim.

E quella chitarra con il feedback, così dolce e suadente. 
Nessuno tocca le corde come Steve. Potranno esserci centinaia, migliaia di chitarristi più dotati tecnicamente (sebbene venga considerato il 25mo miglior chitarrista della storia del Rock), ma la sua sensibilità sulle corde sia dell'elettrica che della classica sono inimitabili.
Ho sentito e apprezzato decine e decine di chitarristi jazz, rock e fusion, ma nessuno è mai riuscito come lui ad entrare così in sintonia con le vibrazioni della mia 'anima musicale'.

Un altro esempio?





Ascoltatelo bene... il brano è un rock piuttosto vivace ed allegro, come dichiara anche il suo titolo, che tradotto significa "Corsa in La". Apparentemente potrebbe scorrere via piuttosto leggero se non fosse per il sorprendente quanto inatteso finale sulla chitarra classica che lo rende unico, inimitabile ed indimenticabile!

Come Please don't Touch, tutti gli albums di Hackett sono caratterizzati dall'evidente espressione in musica del carattere dell'artista, che sa essere ironico e vivace, duro e graffiante, ma anche malinconico e solenne!

Anche nel brano che segue la partenza sembra piuttosto vivace, ma quando è il momento di Steve le note si fanno più lunghe, l'ambientazione più malinconica e il suo assolo strappa una forte emozione.






Dal minuto 2:55 fino alla fine è un crescendo di emozioni!
E al minuto 4:08, quando fa letteralmente 'piangere' la chitarra, è un gigante!
Le corde tiratissime e le note lunghissime che anticipano lo staccato sul finale sono un'altra caratteristica peculiare di questo grande artista.





Eccolo ancora alle prese con una composizione dal sapore neoclassico.
Ascoltate il tocco morbido delle corde.
Mi dà sempre la sensazione che il suono arrivi qualche decimo di secondo dopo che te lo attendi, conferendo al brano fluidità e dolcezza.
Come ho avuto spesso modo di dire in altre sedi, conosco solo due chitarristi che mi danno questa sensazione, che per me è estremamente emotiva: lui e il mio amico maestro già citato più volte in questo blog (che peraltro segue con passione questo stesso blog).

Ora voglio lasciarvi 'digerire' questa prima porzione delle innumerevoli sensazioni che ci dona questo grande musicista. Come al solito attendo commenti e a presto per la seconda parte!