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lunedì 28 luglio 2014

INGRANAGGI DELLA VALLE – TUTTA “COLPA” DEI NOSTRI GENITORI

Ciao a chi mi legge!

Da un pò di tempo questo mio blog si è arricchito aggiungendo alle mie monografie e alle analisi tecnico/emotive della Musica che più mi gratifica, anche frammenti della mia attività di freelance music reporter, definizione che mi sono dato io stesso, ma che mi calza a pennello, visto il mio inesauribile entusiasmo di saltare da una manifestazione all'altra e di trasmettere le mie sensazioni, positive o negative, in perfetta autonomia e libertà di espressione.

L'evoluzione ha ridato linfa allo stesso blog, che ora è seguito da un maggior numero di persone (perfino dal Giappone!) che ne apprezzano gli argomenti e i contenuti e la cosa non può farmi che immenso piacere!

Quello che segue è l'esito di una divertente chiacchierata, che ho fatto nell'ambito della seconda edizione del FIM di Genova, con una delle progband più promettenti del panorama italiano. E parlare solo di prog in questo caso è un pò limitante. Proseguite la lettura e scoprirete perchè!


Gli Ingranaggi Della Valle è una giovane band romana di sei elementi che ha recentemente pubblicato il suo primo CD In Hoc Signo (Concept sulla Prima Crociata) con l'etichetta Black Widow di Genova.

Qualche mese fa avevo avuto modo di apprezzare il loro lavoro discografico, che è un mix di recupero del prog degli anni '70 con spruzzate di jazz fusion , il tutto condito da una buona dose di novità derivante dalla loro già buona personalità musicale, e sono stato contento di poter scambiare quattro chiacchiere con loro.

Quando ci siamo accomodati nella restroom e loro si sono accovacciati a terra in circolo intorno alla mia sedia ho avuto un simpatico deja vu: quando eravamo in vacanza e le mie figlie erano adolescenti, talvolta i loro amici si mettevano nella stessa posizione intorno a me, per ascoltare i miti e leggende della musica progressive e apprendere, attraverso i miei racconti appassionati, come ascoltarla affinchè trasmettesse loro le stesse sensazioni che trasmetteva (e trasmette) a me.
Da quelle esperienze estremamente gratificanti nacque il mio
blog che intitolai scherzosamente Proglessons (www.proglessons.blogspot.com).

Il “portavoce” degli Ingranaggi è il chitarrista Flavio Gonnellini e seppure non lo fosse, prende sempre la parola perchè è ansioso di esprimersi. Gli altri in genere annuiscono o aggiungono qualcosa.

D.: Da dove nasce il vostro nome. Ha un significato di qualcosa di macchinoso?

R.: Tutto parte dal nome di un professore al quale alcuni di noi sono molto legati. Macchinoso non diremmo. Per far funzionare qualcosa c'è bisogno che gli ingranaggi siano messi nella giusta posizione affinché trasmettano il movimento. Proprio come ciascuno di noi della band. Ognuno permette all'altro di muoversi e tutti insieme costituiamo un motore, in questo caso musicale!

D.: Bella rappresentazione di voi stessi! In effetti quello che mi ha colpito della vostra musica è la buona dose di personalità, sebbene vi siano chiari riferimenti al
prog degli anni '70 uniti alla fusion, che mi sembra di comprendere sia il vostro orientamento musicale preferito...

R.: Tutti studiamo musica, Marco (Gennarini – il violinista) viene addirittura dal Conservatorio, dalla classica, e il jazz e la fusion permettono di esprimersi più liberamente nel virtuosismo, oltre a garantire ai brani un groove piuttosto particolare.

D.: Frequentando i vari forum musicali ho trovato qualcuno che asserisce che le generazioni recenti non hanno saputo creare un proprio stile musicale “di rottura”, tipo il Rock 'n' Roll, il Beat, il Prog e si sono appoggiati alla musica “dei cinque savi” (Genesis, King Crimson, Yes, Pink Floyd e Gentle Giant) mancando pertanto di autonomia e di originalità. Siete d'accordo con questa asserzione?

R.: Tutti noi abbiamo attinto alla musica che ascoltano i nostri genitori, così come voi prima di noi. Pertanto se per certi versi quella da te citata può essere una giusta osservazione, per altri no, perchè l'ascolto va poi elaborato e personalizzato!
Inoltre il periodo storico è diverso come lo sono le motivazioni.

D.: Certo. A quei tempi noi si era “contro” e basta. Spesso si evitava la condivisione delle passioni con i propri genitori. Mi state dicendo quindi che il classic prog è servito a sviluppare il vostro sound?

R.: Come dicevamo poco fa, è bello studiare i “classici” perchè arricchisce il bagaglio di conoscenze e induce a migliorare la tecnica, ma deve servire come punto di partenza, non come meta finale.

D.: Io sono ferocemente avverso alle coverbands, che ritengo rubino spazio sia mentale a coloro che vi si cimentano, i quali spesso sono ottimi musicisti, che fisico alle band come la vostra, che sentono il bisogno di esprimersi attraverso musica propria...

R.: Ognuno è padrone di suonare e ascoltare ciò che vuole...

D.: Ma è pur vero che è più comodo ascoltare solo ciò che già si conosce... Che peso date agli Area nei vostri interludi jazzrock?

R.: (sorridono) Gli Area, così come i Brand X e tante altre band che avevano una forte matrice jazz nel loro sound, sono stati ascolti importanti, che ci hanno aperto la mente a nuove soluzioni.

D.: E il prossimo album?

R.: Sarà sicuramente più orientato alla fusion, che è il genere musicale che ci viene più naturale suonare!

Ascoltate e giudicate voi stessi!




Un grosso in bocca al lupo agli Ingranaggi della Valle!

Come al solito eventuali commenti sono graditi!

lunedì 29 agosto 2011

Mark I e Mark II: Quando qualcuno cambia strada.

Ciao a tutti.
Dopo la (lunga) pausa estiva e in una veste grafica un pò modificata, proviamo a ripartire con un argomento davvero spinoso... tanto per sentire quella benefica scarica di adrenalina che ci indurrà ad abbandonare l'aspetto placido e rilassato derivante dal lungo, dolce far niente (per chi eventualmente avesse potuto beneficiare davvero di tale meravigliosa pratica ormai in via di estinzione...)!

Capita sovente che in una band, nonostante agli occhi dei più tutto sembri andare a gonfie vele, c'è qualche frizione interna, una punta di insoddisfazione di uno dei componenti (talvolta capita ad uno dei musicisti, ma più spesso al frontman) che man mano cresce fino a diventare talmente insopportabile da portare alla separazione.

Le analogie con un rapporto sentimentale ci sono tutte... e non deve sorprendere! Spesso i componenti di una band hanno condiviso perfino il cibo prima di giungere al successo e si sentono davvero molto legati fra loro! 

Proviamo a comprendere insieme quando e perchè ciò accade e quali ripercussioni possono esservi sul gruppo e sui fans. 

In alcuni casi non vi sono ripercussioni: i King Crimson hanno cambiato spessissimo il loro organico, ma nessuno si è mai lamentato eccessivamente che fosse andato via Greg Lake dopo i primi due albums, oppure che la sezione ritmica Levin/Bruford sia stata soppiantata, in tempi più recenti, da quella Gunn/Mastellotto, o di altre mutazioni.
Ciò accade perchè i King Crimson sono sempre stati visti come una moltitudine di sudditi alla corte di Bob Fripp, pertanto i seguaci del 'Re Cremisi' sono sempre fiduciosi delle scelte fatte dal loro 'monarca'. 
Ed in linea di massima non hanno tutti i torti. Basti pensare ai vari musicisti, a parte quelli già citati, che si sono avvicendati in questo contesto: Mike Giles, Keith Tippett, Jon Anderson, John Wetton, Adrian Belew, Ian Mc Donald, Mel Collins, etc... e alle recenti collaborazioni con Steven Wilson e Gavin Harrison dei Porcupine Tree!

Anche per gli Yes gli avvicendamenti e i ripescaggi sono stati così frequenti che non sembra esservi stata mai grande sofferenza. Tranne forse quando Rick Wakeman decise di abbandonare il gruppo per dedicarsi alla sua carriera solista. Ma anche in quel caso fu sostituito alla grande da Patrick Moraz, che non fece rimpiangere a lungo il virtuoso tastierista dai lunghi capelli d'oro.
Le successive mutazioni con gli ex-Buggles, le formazioni doppie o eventuali AWBH (che peraltro produssero un album decente) non le considero nel contesto.


In altri casi la separazione è talmente traumatica che i nostri beniamini sentono il bisogno di trasmetterci il loro stato d'animo attraverso l'unico canale che possa metterli in comunicazione mentale con noi fans: la musica.





I Pink Floyd si sono portati dietro per tutta la loro esistenza la volontaria (quanto necessaria!) esclusione di Syd Barrett dalla band. I sensi di colpa di Waters e Gilmour, suoi ottimi amici fino alla fine, si manifestano nel mirabile album Wish You Were Here, da cui è tratto il brano di cui sopra.
Syd era completamente fuori di testa e ostacolava il loro cammino verso il successo, pertanto i quattro membri, di comune accordo con i produttori, decisero che occorreva disfarsene, nonostante l'amicizia che li legava da molti anni.

Se vi capitasse di trovarvi fra le mani il libro Rosso Floyd di Michele Mari (recentemente regalatomi dalle mie figliole) troverete ardite interpretazioni di decine di potenziali riferimenti a Syd, lungo tutta la loro carriera.
Il libro si basa su molti fatti reali, ma l'autore ne elabora connessioni di pura fantasia, seppure spesso plausibili. Per quanto generalmente non gradito ai fans, io lo considero un simpatico esercizio di stile.
In ogni caso è innegabile che i Pink Floyd abbiano tratto grande giovamento dall'inserimento di Gilmour e la sua chitarra blues oriented.

La successiva defezione di Waters, dovuta ai continui litigi con Gilmour, fu un evento più rabbioso che doloroso, articolatosi in un lunghissimo periodo di interminabili battaglie legali.
Waters avrebbe voluto orientare socio/politicamente tutta la produzione del gruppo, esasperando musicalmente la presenza di sezioni orchestrali, Gilmour, essendo di estrazione blues, voleva mantenere tutto come era.
Waters asseriva che il nome Pink Floyd non si sarebbe dovuto più usare  perchè di fatto i Pink non esistevano più, Gilmour il contrario.

Mentre la perdita di Barrett portò ad un giovamento, quella di Waters, contraltare creativo di Gilmour, portò ad un progressivo isterilimento della vena creativa della band, che nei successivi lavori si appoggiò quasi completamente sui mitici assoli di Gilmour, mantenendosi su buoni livelli, ma nulla di più.
Lo stesso Waters, da solo, non è mai riuscito ad esprimersi come in passato, pur mantenendosi anch'egli su livelli generalmente medio alti.

Soltanto in anni recenti, a partire dall'intervento al Live 8, c'è stato un riavvicinamento fra i due leader, purtroppo caratterizzato anche dalla successiva morte di Rick Wright, l'elemento più visionario del gruppo.
Recentemente Gilmour è intervenuto ad un concerto di Waters per suonare la mitica 'Comfortably Numb'.









Quando lessi su Ciao 2001 che Peter Gabriel aveva lasciato i Genesis ebbi un momentaneo blocco di tutte le funzioni vitali!
Comprenderete che per me i Genesis erano un vero punto di riferimento musicale, cibo per l'anima e per l'emotività!
Tutto sommato li avevo conosciuti da poco (con Selling England by The Pound), ero ancora in visibilio per  The Lamb Lies Down On Broadway e mi sembrava davvero troppo presto subire un colpo così duro!

Fu un trauma anche per gli altri componenti, che vedevano in lui un frontman dotato di eccezionale carisma e pertanto difficilmente sostituibile. E infatti non lo sostituirono!
I Genesis nel loro cammino musicale hanno effettuato sostituzioni solo all'inizio (Phil Collins per John Mayhew e Steve Hackett per Anthony Phillips. Due cambi che hanno portato un eccezionale valore aggiunto!), poi hanno subito soltanto defezioni.

Peter non sopportava più i ritmi da rockstar che gli venivano imposti, voleva sedersi un attimo a pensare, dedicarsi ad altre cose con uguale ardore, comprendere la direzione da prendere!
Oggi, dopo tanti anni, comprendiamo che la strada che ha scelto successivamente, pure se irta di difficoltà, lo ha portato ad essere un mito della scena (non solo) musicale mondiale, con la sua musica così densa di feeling, seppure semplice nella struttura, con il suo impegno sociale e con la tranquillità che traspare dai suoi occhi!
Tutto il suo disagio, le sue frustrazioni e la successiva presa di coscienza sono resi manifesti in questo brano, che credo non abbia bisogno di alcuna presentazione!





Phil Collins prese il posto di Gabriel al canto, assumendosi il gravosissimo onere di non farlo rimpiangere, e nei concerti si servirono di Chester Thompson (e in qualche occasione anche di Bill Bruford) come batterista addizionale.
Prestate attenzione agli ultimi secondi del brano 'Los Endos' precedentemente proposto: c'è un'accorata dedica a Peter:
There's an Angel standing in the sun...to Peter Gabriel
Piansi lacrime amare la prima volta che la sentii!

Nonostante Collins, come leader dei Genesis, abbia molti detrattori (compreso me, che non gli perdonerò mai di 'essersi dimenticato', a suo tempo, di essere un grandissimo batterista!) non si può negare che albums quali A Trick of the Tail, Wind and Wuthering e Duke abbiano lasciato, ognuno a suo modo, un segno importante nella loro discografia. Il resto... lasciamo perdere, sebbene vi siano sprazzi di buona musica qui  e là.

Successivamente, quando Collins decise che la band doveva cambiare completamente direzione musicale, orientandosi verso un rock melodico di maggiore presa sul pubblico (e i successivi successi commerciali, almeno dal punto di vista della popolarità e degli introiti, gli diedero ragione!), il bravissimo Steve Hackett si sentì tagliato fuori, incline come era a mantenere fede alla sua estrazione barocca e progressive, pertanto decise di lasciare il gruppo per non sentire più la frustrazione di essere soltanto un performer.





Anche in questo caso la scelta fu molto sofferta per entrambe le parti.
Abbandonare un cavallo vincente come i Genesis non fu una cosa facile per Steve, ma aveva dalla sua parte la sua musica e una compagna che lo sosteneva psicologicamente (Kim Poor e Steve hanno divorziato un paio di anni fa, ma non per volontà del mitico chitarrista, a quanto sembra...).
Nel contempo i restanti tre componenti non si sentivano motivati a cercare in giro: avrebbero perso troppo tempo e rischiato di non trovare ciò che desideravano. O peggio, rischiavano di trovare qualcuno che avrebbe compromesso gli equilibri dell'ormai terzetto così ben amalgamato!
Così Rutherford prese in mano la chitarra elettrica e incominciò a suonare anche le parti soliste. Come per la batteria, dal vivo si servirono di Darryl Stuermer come chitarrista addizionale.


Ascoltate il brano che ho postato. E' denso di pathos, amarezza e disillusione.
L'assolo di tastiere è ansioso e straziante, la ritmica è frastagliata, come un pianto a singhiozzi, e il testo è tutto imperniato sull'evento appena consumatosi.
Quando artisti di questo calibro vogliono renderci partecipi dei loro stati d'animo riescono a trasferire tutto in brani come questo... ed è impossibile non condividerne la tensione emotiva! Non trovate?


Inutile dire che il sound uscì particolarmente impoverito da questa defezione.
Nel caso di Gabriel, almeno in studio, Collins riuscì a 'scimmiottarlo' decentemente (in un'intervista Gabriel asserì che Collins tecnicamente era migliore di lui... ma non era Peter Gabriel!) su una base sonora ancora abbastanza fedele al sound della band.
Quello che era andato irrimediabilmente perduto era l'impatto scenico  e il carisma di Pete nei Live set.
In pratica il decadimento stilistico musicale fu piuttosto soft.
Invece la fuoriuscita di Hackett evidenziò immediatamente l'entità della perdita, dal punto di vista compositivo e musicale: a titolo di esempio vi rimando all'ascolto della suite di chiusura dell'album Wind and Wuthering a confronto con il brano di apertura di ...And Then There Were Three precedentemente inserito, che rappresenta uno dei momenti migliori di tutto l'album.
Qualsiasi commento sarebbe superfluo, non è vero?







Anche in questo settore i Marillion si sono particolarmente distinti...

La decennale amicizia di Fish e e Steve Rothery con Diz Minnit (basso) e Mick Pointer (batteria), peraltro membri fondatori della band, nulla potè valere rispetto alle necessità del gruppo di progredire, pertanto i due, in tempi successivi, furono 'cordialmente' pregati di farsi da parte, sostituiti da Pete Trewavas (basso) e Ian Mosley (batteria).
Anche in questo caso le sostituzioni portarono un grande valore aggiunto alla band, migliorandone oltremodo la sezione ritmica. Per quanto Mosley sia un batterista un pò ruvido, i suoi pattern ritmici erano di gran lunga più incisivi e dinamici di quelli di Pointer, molto limitato tecnicamente e spesso impacciato dal vivo.
Il brano sopra proposto riporta nel testo quanto sia difficile prendere questo tipo di decisioni, specie perchè c'è di mezzo un'amicizia pluriennale.
Notate la ritmica secca e cadenzata, quasi volta a mostrare l'aridità della doverosa presa di coscienza e la conseguente azione di confronto.

Da notare che nel testo vi è la frase
A friend in need is a friend that bleeds
(un amico in difficoltà è un amico che sanguina) che è un modo di dire tipicamente inglese ed è citata, seppure in modo diverso
A friend in need is a friend indeed,
a friend who bleeds is better
(un amico in difficoltà è pur sempre un amico, ma è meglio un amico che sanguina)
nel brano 'Pure Morning' dei Placebo.

In ogni caso le sostituzioni sopra citate non furono altrettanto traumatiche quanto quella di Fish con Steve Hogarth.
Ancora oggi molti fans del Mark I considerano il Mark II una band diversa e per certi versi trascurabile.

Dal mio punto di vista, per questa e tutte le altre 'mutazioni', citate e non, mi sono sempre posto nell'ottica di ascoltare quali fossero gli esiti del cambiamento.
Se la musica prodotta continuava a catturare la mia attenzione e la mia emotività, non avevo motivo di lamentarmi (come accadde per i primi album dei Genesis senza Gabriel, sebbene fossi rammaricato dalla sua scelta, o per gli Yes senza Wakeman e Bruford, e per gli stessi Marillion senza Fish), in caso contrario riponevo il disco nella custodia e non lo acquistavo o non lo ascoltavo più ... tutto qui!

In reatà è molto probabile che il 'mito' di Fish sia stato alimentato proprio da Hogarth che, pur essendo tecnicamente superiore e dotato di un timbro mediamente più caldo, ha sempre manifestato una tale sudditanza psicologica verso il suo predecessore da non riuscire a scalfirne la memoria nei fans.
Manifestazioni come l'indossare una t-shirt con su scritto "E' vent'anni che sono il NUOVO cantante dei Marillion" (o qualcosa di simile... non ho fonte certa) oppure rifiutarsi di cantare brani del periodo precedente (che in ogni caso sono parte integrante della discografia del gruppo) sono la chiara manifestazione di un'immensa insicurezza che, purtroppo per lui, contribuisce ad allontanarlo dai fans della vecchia guardia.
Fish, di carattere più comunicativo, questo lo sa e ne approfitta per dileggiarlo, quando può, e mantenere così intatto il suo 'mito'.







In ogni caso Fish testimoniò con questo brano le motivazioni che l'avevano spinto a dissociarsi dalle scelte della band, mentre i Marillion dedicarono al loro precedente frontman nulla più della cover di Seasons End, dove sono presenti elementi simbolici come, ad esempio, il camaleonte che brucia e la tela raffigurante il jester che affonda.





Analizzando la cosa da ascoltatore di musica disincantato, sempre secondo il mio personale giudizio, il lavoro di Hogy nei Marillion ha portato ad albums di grande valore come Brave e Marbles, più altri momenti di buon livello musicale e alta intensità emotiva, mentre il Fish solista, forse perchè ha perso molto del suo timbro di voce ed è generalmente circondato da musicisti di livello medio-basso, non è mai riuscito a superare la piena sufficienza, tranne forse per Vigil in a Wilderness of Mirrors e qualche altro raro esempio isolato, e non riesce ad entrare nelle mie 'corde'.



Infine, sebbene non siano propriamente Prog (ma comprenderete successivamente perchè li cito), un discorso a parte meritano i Deep Purple.
Sembra incredibile, ma ogni volta che hanno cambiato componenti, hanno gettato le basi per un nuovo modo di fare musica.
La sostituzione di Rod Evans con Ian Gillan al canto e di Nick Simper con Roger Glover al basso, portò il gruppo a trasformarsi da Rock melodico (Il famoso Mark I) a capostipite dell'Hard Rock, con l'album In Rock (Il famosissimo Mark II). Nessuno ha mai avuto il coraggio di rimpiangere i fuoriusciti!

Successivamente, a causa dei continui litigi fra Blackmore e Gillan, quest'ultimo fu sostituito da David Coverdale e Glover da Glenn Hughes (Il ben noto Mark III).
Nonostante io stesso fossi inizialmente disorientato dalla perdita del timbro e della potenza della voce di Gillan, ho sempre considerato l'album Burn (il primo con i due nuovi componenti) come uno dei precursori del Prog Metal e i brani successivi penso possano dimostrarlo!






Ascoltate tutto il lavoro di Blackmore, che nel finale si esprime al meglio in uno degli assoli che considero fra i più belli che io abbia mai sentito! Molto emozionante, con interventi spagnoleggianti, con legati e staccati di incredibile efficacia, ricco di feeling e  corde tirate allo spasimo! Prestate attenzione anche al suo lavoro di cesello dietro all'accoratissima interpretazione di Coverdale! Eccezionale anche il supporto percussivo di Paice, sempre preciso, fantasioso e incisivo.






Questo è il brano che chiude l'album... e apre a mille soluzioni dei successivi decenni della musica un pò 'estrema' come il Prog Metal.
Avrei potuto inserire anche 'You Fool No One', ma ho preferito questo perchè anche qui Blackmore è sorprendente, come d'altronde tutta la band.
Da notare che l'uso della doppia cassa, oggi ostentato da una moltitudine di batteristi, a quei tempi non era per niente indispensabile per rendere corposo un pattern ritmico!



A margine di tutto ciò mi sembra doveroso citare che John Wetton in un'intervista riportò che adora cantare 'I Talk to the Wind',  Phil Collins a lungo ha cantato le canzoni dell'era Gabriel ed inoltre le hanno cantate insieme più di una volta, Coverdale si è cimentato (con enormi difficoltà...) con i brani di Gillan, e potrei citare altri esempi in cui non c'è sudditanza psicologica, c'è solo passione, rispetto per il pubblico, amore per il brano e la buona musica.
Mi sembra che questo dovrebbe essere alla base di tutto, o no?

Ve l'avevo anticipato che sarebbe stato un post da 'risveglio'!

Come al solito ho esposto le mie considerazioni sull'argomento, ma attendo vostri eventuali  commenti!

sabato 11 giugno 2011

Standards Prog... esistono?

La Wikipedia cita testualmente: "Uno standard è una norma accettata, un modello di riferimento a cui ci si uniforma affinchè sia ripetuto successivamente".

Forse i più giovani non sapranno che il nome dei grandi magazzini STANDA derivava proprio da "standard". In quei magazzini tutto ciò che si vendeva era prodotto in serie (e per questo a prezzi più accessibili).

In musica, in genere, lo standard si associa alla musica jazz ed è solitamente un brano creato da un musicista  e suonato e interpretato da altri musicisti, in forme spesso aventi una struttura di base fissa, sulla quale i solisti prima eseguono il tema e poi improvvisano assoli per uno o più giri ciascuno. In genere il brano termina con una reprise del tema e un finale.

A differenza di quanto spesso riportato, lo standard non è semplicemente un brano famoso, ma un brano "di riferimento", cioè dotato di alcune caratteristiche che valgono la pena di essere studiate e metabolizzate per poter migliorare il proprio bagaglio tecnico/musicale.
Così per esempio, a mio modo di vedere, Hello Dolly di  Louis Armstrong può essere considerato un evergreen, ma non uno standard, mentre sicuramente Cantaloupe Island di Herbie Hancock è uno standard ma non precisamente un evergreen.
Ciononostante ci sono molti casi in cui lo standard e l'evergreen sono un tutt'uno, come nel caso di All the things you are di Jerome Kern, suonata e cantata da tutti, compresi Frank Sinatra e Barbra Streisand.

Parafrasando il povero Ivan Graziani potreste dire: "Si ma...Tutto questo cosa c'entra con il Prog Rock"?
Apparentemente poco, perchè in questo settore musicale, fino a qualche tempo fa, i musicisti non si scambiavano volentieri i brani fra loro e l'esecuzione di altri era più spesso una cover e non una reinterpretazione del brano.

La differenza fra standard e cover sta proprio nel fatto che il primo è soggetto a reinterpretazione e talvolta anche modifica della struttura e della velocità di esecuzione, mentre la seconda è quasi sempre una riproduzione il più fedele possibile dell'originale, pertanto priva di qualsiasi spunto creativo. Inoltre la cover è quasi sempre un brano evergreen.

Fino a qualche tempo fa...





Come potete notare questa è propriamente una cover. Non ci sono rilevanti variazioni rispetto all'originale.





Invece questa può essere considerata l'esecuzione personalizzata di uno standard, in quanto ne è stata mantenuta la struttura di base, ma vi sono state apportate significative variazioni che in qualche modo ne caratterizzano l'esecutore.

Per quanto possa sembrare incredibile tra le migliori coverbands di progressive rock ci sono quei caciaroni ipertecnicizzati dei Dream Theater: hanno riproposto in modo pressocchè perfetto albums interi dei Pink Floyd, brani dei Kansas, Genesis, Marillion, etc.

Ma secondo voi... quali potrebbero essere gli Standards Prog?
Quali brani potrebbero essere insigniti di tale fantastica onoreficenza?
E soprattutto... vista la definizione di standard... per quale motivo?

Ora potrebbero scatenarsi orde di progger indemoniati, ciascuno con la sua personale tracklist e le sue motivazioni. Sarebbe divertente poterle osservare tutte (e in ogni caso se me le postate la discussione è apertissima!)...

Io vado ad elencarvi la mia personalissima top ten di tracklist di standards, tentando come al solito di farvi partecipi delle mie valutazioni tecnico/emotive.
Coloro che mi seguono con maggior frequenza avranno già visto citati alcuni di loro nei miei precedenti post.
Vi assicuro che, se ci ragionate su, non ci sono tantissimi altri brani che possono presenziare in questa lista!


Track 01: 21st Century Schizoid Man - King Crimson





Come mi è capitato di dire già in passato, secondo me questo brano è il manifesto del Progressive Rock.
Notate quanto ci sia di delirante, sorprendente e innovativo ancora oggi, a distanza di 42 anni dalla sua pubblicazione!
L'esplosione con cui si apre il brano mette immediatamente in vibrazione tutti i nervi del corpo, gli intermezzi vocali filtrati, il sax in sincrono con la chitarra nei riff (successivamente Steve Hackett riprenderà questa tecnica e la farà sua), l'incredibile drumming di Michael Giles, con tutti quei contrappunti ora sul hi-hat, ora sui piatti, sul rullante e sui tom, la chitarra disperata di Fripp che miagola e urla all'impazzata, il basso di Lake che sottolinea tutte le parti, gli interludi sincopati e in sincrono perfetto (ripresi poi da moltissimi altri musicisti, probabilmente folgorati dall'evento del primo ascolto), i pianissimo alternati ai fortissimo, il finale isterico e a tratti cacofonico, contribuiscono a rendere questo brano unico nel suo genere per ricchezza di idee, impatto e difficoltà di esecuzione.
Merita sicuramente di essere il primo della lista!

Qualora voleste approfondire l'argomento King Crimson vi riporto il link:
http://proglessons.blogspot.com/2010/11/i-king-crimson.html



Track 02: The Fountain of Salmacis - Genesis






In questo brano, di cui peraltro ho già parlato diffusamente nel post dedicato all'amore nel Prog, c'è tutto quello di cui uno standard necessita: innovazione, feeling, tecnica, ardore interpretativo, sviluppo armonico e melodico di alto livello.

Vi allego il link:
http://proglessons.blogspot.com/2011/04/lamore-ai-tempi-del-prog.html




Track 03: The Runaway - Gentle Giant









Sebbene i GG avessero già prodotto alcuni albums di elevatissimo valore, l'assestamento della formazione permise loro di realizzare In a Glass House con la piena consapevolezza dei loro mezzi.
A parte l'intro di incredibile efficacia, con quel suono di vetri infranti che poi diventa ritmico, il crescendo delle tastiere e il micidiale attacco, che nel vinile parte prima da un solo lato e poi esplode in tutta la potenza del suono stereofonico (purtroppo nel CD qualche balordo tecnico del suono ha ritenuto che fosse un difetto e l'ha uniformato... si è perso così un impatto emotivo fortissimo!), il brano ha una ritmica pulsante, inusuale...e giustamente parla di un evaso in fuga!
Ma la parte che secondo me ha quel tocco di classe in più è il solo di vibrafono, che è uno dei più belli che abbia mai sentito!

Se vi interessano i Gentle Giant non avete che da clickare...
http://proglessons.blogspot.com/2010/12/i-gentle-giant.html






Track 04: Shine On You Crazy Diamond - Pink Floyd






Le quattro note che hanno cambiato la musica!
Ma questo brano non è soltanto questo...
Provate a prestare attenzione all'intro di tastiere... non è soltanto un accordo che si protrae per un tempo lunghissimo. Sotto si sentono degli effetti pulsanti che fanno venire alla mente lampi di luce, flash di immagini della memoria e in ogni caso la netta sensazione che ciò che sta per incominciare non sarà per niente allegro e rilassante.
Il brano è permeato tutto di tristezza e malinconia e lo si comprende già dall'inizio. Prima ancora di sentire quei quattro rintocchi che ci immergono definitivamente nell'atmosfera.
"Ricordo che quando eri giovane brillavi come il sole
brilla ancora pazzo diamante!"
E ascoltate Gilmour con quanto ardore sottolinea con la sua chitarra dai toni blues tutto il malessere che traspare dalla musica e dai testi.

Recentemente ho letto un libro, regalatomi dalle mie figliole, che narra la storia dei Pink Floyd attraverso testimonianze e interventi (inventati dall'autore, ma tutto sommato con una parvenza di verosimiglianza) di personaggi realmente esistiti, e di quanto questi fossero rimasti legati per tutta la loro esistenza al fantasma (vivo o morto) di Syd Barrett. C'è da crederci se l'album a lui dedicato è così intenso, straziante e rassegnato al tempo stesso.

Per coloro che si sono persi il mio post sui miti del Rock psichedelico, ecco il link:
http://proglessons.blogspot.com/2010/12/i-pink-floyd.html






Track 05: Close to the Edge - Yes







Di questo brano ho parlato nel mio recente post sugli Yes:
http://proglessons.blogspot.com/2011/06/gli-yes.html


Perchè lo considero uno Standard Prog? Perchè ha dentro tutti i dettami del Prog delle origini: è una suite che comprende: solennità, ritmiche complesse, assoli splendidi, interludi delicatissimi, sonorità tanto caratteristiche da divenire successivamente una specie di marchio di fabbrica, un cantante che fa accapponare la pelle con la sua voce e tutto il resto. Vi sembra poco? A me no!




Track 06: Firth of Fifth - Genesis




Ci crederete o no, ma a quel tempo molti maestri di pianoforte furono esortati dai loro studenti ad ascoltare l'inizio di questo brano e alla fine la domanda era sempre la stessa: "Me lo insegna?"


Firth of Fifth è particolare già dal titolo: un gioco di parole (tanto cari a Gabriel) che trae spunto dal Firth of Forth, che è la profonda insenatura su cui si affaccia Edinburgo. Forth si pronuncia quasi come Fourth che significa "quarto", così come Fifth significa "quinto", pertanto tutte le traduzioni assolutamente pretestuose che riportavano qualcosa come "Cinquanta per cento" o "Il quinto Fiordo" sono assolutamente prive di fondamento.

L'intro classicheggiante, con il solo pianoforte, e il fantastico impatto emotivo che si prova quando il brano parte in tutto lo splendore e la profondità della voce di Peter, con tutti gli strumenti a sorreggerlo e a sottolinearne la maestosità, quegli intermezzi soft e le reprise poderose preludono soltanto alla parte fondamentale del brano, quella che la rende un indiscutibile standard prog.

Quando Gabriel soffia nel flauto con dolcezza, il nostro animo si placa e si appoggia sulle onde tranquille della musica, che si trasforma in un intermezzo di pianoforte fino a volare sul crescendo che esplode nel mitico, storico, ineguagliabile, prorompente e perfetto assolo di chitarra di Steve Hackett!
Ma ascoltate anche tutto il resto del gruppo come contribuisce a rendere questo momento pieno, magico e irripetibile con il tappeto di tastiere, gli interventi di batteria e tutto il resto!

E quando si giunge sul finale:
"Now as the river dissolves in sea
so Neptune has claimed another soul"
l'emozione è tangibile perchè la voce di Gabriel è piena, forte e imperiosa ed è quasi con una punta di rammarico che accettiamo il termine del brano:
"Le sabbie del tempo furono erose
dal fiume dal cambiamento costante" 
e il piano di Banks che ci conduce fuori da questa magia.

Se non è Standard Prog questo...

Track 07: Starless - King Crimson







Ho dedicato a questo brano un post intero!

Eccovi il link:
http://proglessons.blogspot.com/2010/12/starless-la-disperata-constatazione-del.html




Track 08: Echoes - Pink Floyd






Anche questo brano è stato citato nel post sul gruppo.
A completamento posso soltanto riportare che l'emozione che ho provato quando l'ho suonato con un gruppo di giovani musicisti è stata davvero fortissima!
Primo, perchè io ero "il grande vecchio", colui che era depositario del "verbo", e poi perchè la suonavano davvero bene e mi sentii un pò Nick anch'io...
Peccato non avere neanche l'1% del suo conto in banca!




Track 09: Heart of the Sunrise - Yes







Anche di questo brano abbiamo già parlato e vi rimando al post sugli Yes.







Track 10: On Reflection - Gentle Giant





In questo brano sono fondamentali due momenti: la prima parte, tutta cantata "a cappella", con le voci che si inseguono fra loro in maniera perfetta (non solo in studio, anche Live!), ognuna con tonalità via via decrescente e NESSUNA in "ostinato"!
Per intenderci, è relativamente più semplice eseguire un "ostinato" (cioè una frase che si ripete sempre uguale),  concentrandosi essenzialmente sulla propria parte, piuttosto che una sorta di "fuga" dove noterete che è indispensabile seguire perfettamente le parti degli altri per non uscire fuori tempo!
E' una prova della grande dimestichezza che i GG avevano con questo tipo di soluzioni, già mostrata in altri brani (Knots su tutti).
Ma la cosa ancor più eccezionale, che differenzia questo brano dagli altri, è che, dopo l'intermezzo "nostalgico", dove viene ripetuta la medesima frase per ben 10 volte (quasi come fosse una lamentazione funebre ):
I'll remember the good things how can you forget all the years That we shared in our way: Things were changing my life, taking your place in my life and Our time drifting away

Entrano finalmente gli strumenti, uno ad uno, eseguendo le stesse parti prima eseguite "a cappella", pertanto intrecciandosi e rincorrendosi fra loro fino al poderoso attacco di batteria che ci porta al termine del brano.
Dove lo trovate un brano così coinvolgente per ritmica, tecnica e stile?


Eccoci giunti al termine di questo enorme post.

Comprenderete che alcune mie considerazioni prendono spunto dalla grande emozione che provo ascoltando questi brani, altre dal fatto che sono un musicista amatoriale, pertanto ne intravedo anche gli aspetti più "strumentali".
Il sogno della mia vita (da musicista amatoriale) era quello di mettere su una band che avesse, come me, voglia di "montare" questi dieci brani (più qualche altro, ovviamente).
Indipendentemente dalla complessità tecnica di alcuni di loro, che probabilmente in taluni casi ci avrebbe obbligato alla resa incondizionata, ho già tentato di trasmettervi quanto sia emozionante poterli suonare e sentire che "girano bene".
Da giovane non comprendevo l'irrealizzabilità di questo sogno, oggi si: se allora era difficile trovare altri quattro "pazzi" come me, che volessero cimentarsi con siffatte opere d'arte, oggi è virtualmente impossibile, vista l'età che avanza!

Noterete che mancano all'appello grandi gruppi RPI come Banco (Dopo... Niente più è lo Stesso), PFM (Impressioni di Settembre) e Le Orme (Sospesi nell'Incredibile).
Così come mancano gli Emerson Lake & Palmer (Tank o Take a Pebble), i Van Der Graaf, davvero troppo outsider, e qualcun altro.
Tutti questi meriterebbero a pieno titolo di presenziare... e in realtà ci sono, ma non fra i miei primi 10!


Infine avrete notato che non c'è niente di attuale...
Non si rammarichino i più giovani!
In realtà forse avrei potuto inserire in scaletta qualcosa dei Porcupine Tree, magari Even Less...


Per poter diventare uno standard  un brano deve avere la giusta dose di innovazione, pregevolezza stilistica, fascino e feeling... e se è possibile trovare nel prog moderno le ultime tre caratteristiche, la prima immagino che rimarrà, almeno per il momento, un pò latitante!

Qualsiasi commento è ben accolto, anche se aveste voglia di lapidarmi!

venerdì 3 giugno 2011

Gli YES


















Gli Yes sono l'ultimo dei cinque reference group del progressive rock.
Insieme con King Crimson, Genesis, Pink Floyd e Gentle Giant costituiscono la base della piramide pentagonale su cui si poggiano tutti gli altri gruppi passati e presenti.
Il loro sound, caratterizzato dalla voce celestiale di Jon Anderson, imponenti interventi di tastiere (di Wakeman o Moraz), linee di basso (Chris Squire) fluide ma estremamente cadenziate, la chitarra di Howe (dotato di buona tecnica - autodidatta - e inventiva) e un drumming efficace e sempre molto caratteristico (che ci fosse Bruford o White dietro i tamburi), è forse addirittura più emulato di quello dei Genesis e dei Pink Floyd.

Nel lontano 1973 al Largo Celebrano a Napoli c'era la fantastica discoteca di Gianni Cesarini. Lì si andava per ascoltare musica e, qualora ti fosse gradita, potevi acquistarla. Il seminterrato era pieno di scaffali di LP e c'erano le salette di ascolto in legno e materiale fonoassorbente, dotate di cuffie di ottima qualità, dove ci si poteva accomodare per concentrarsi sull'ascolto.
Inutile dire che era la mia meta preferita e spesso vi trascorrevo qualche ora da solo o con i miei amici.
Un giorno ero in cerca di qualcosa di nuovo (mi accadeva sovente... la mia sete di musica era virtualmente inesauribile) e cercando fra gli scaffali rimasi affascinato da un album con una cover 'verde natura' ed all'interno un fantastico disegno...questo!




Chiesi all'addetto di farmene ascoltare un pò...






L'ambientazione iniziale, con tutto quel fruscio e quel rumore di acqua che scorre in sottofondo, quell'attacco improviso della lunga intro e le ritmiche articolate e pulsanti mi estasiarono a tal punto che mi immersi completamente e non riuscii a togliere la cuffia fino a quando il brano (e quindi la facciata A del LP) non fu terminato!

Se i King Crimson sono stati gli antesignani del progressive, certamente gli Yes sono stati tra i primi a plasmarne le caratteristiche che sono note a tutti noi: brani lunghi, tempi dispari, ampi spazio a barocchismi, cori polifonici, assoli di grande efficacia ed ottima fattura e vocalism accorato.
E nel primo loro brano che ascoltai c'era tutto questo, compreso il suono stupendo e maestoso dell'organo di una cattedrale inglese!
Non m'interessava ascoltare l'altra facciata... lo acquistai subito.

Quando eravamo ragazzi non avevamo la possibilità economica di acquistare tutta la musica che avremmo voluto (in realtà neanche ora, purtroppo!), pertanto io e due miei amici, Paolo e Alberto, ci dividevamo 'i compiti' per poi passarci le audiocassette con le copie dei dischi: io acquistavo Genesis e King Crimson, Paolo Pink Floyd e Gentle Giant e fu con una punta di incertezza che passai ad Alberto gli Yes.

Oggi le mie idee in proposito sono diverse: per quanto abbia un'ottima stima degli Yes, considero la loro discografia essenziale piuttosto ristretta in quanto, a mio modo di vedere sono, nonostante i molteplici cambiamenti di organico (o forse proprio per questo), un pò troppo ripetitivi e autocelebrativi.  In ogni caso un pò più delle altre bands!

Certamente Close to the Edge è considerato dai più (e anche da me) il loro lavoro migliore e c'è da crederci se il brano che segue alla suite di apertura è così coinvolgente...





Notate l'eccezionale pulizia della grancassa di Bruford, sempre più incline a sottrarre colpi piuttosto che moltiplicarli, ma non per questo meno presente e incisivo! E quella chitarra acustica che accompagna la splendida voce di Anderson fino all'attacco sublime e imperioso al minuto 3.30!
Che spazi immensi si aprono davanti a noi con i tappeti di tastiere di Wakeman!
Sembra di essere nel disegno di Roger Dean che vi ho mostrato in apertura...

La musica degli Yes mi ha sempre dato questa sensazione di spazi immensi, natura incontaminata, luoghi inesplorati.. sarà perchè ho subito l'inprinting con Close to the Edge, ma se provate ad ascoltare Relayer o Tales from Topographic Oceans la sensazione si rinnova!

In realtà la buona vena della band si era già manifestata nel precedente Fragile, dove per la prima volta compariva il regale (per via del vistosissimo mantello che indossava in scena... in realtà è una persona molto disponibile e gioviale) Rick Wakeman alle tastiere.
Rick aggiunse al sound della band quel tocco di classicismo, allora tanto presente nella musica rock (Si pensi agli Ekseption e a Emerson, Lake and Palmer), portandoselo dietro come bagaglio dalla precedente esperienza negli Strawbs.

Il brano che vi propongo di seguito, però, non ha niente di classicheggiante. E' un coacervo di emozioni: dall'intro nervosa e tecnicamente ineccepibile, ai diversi successivi momenti fino  al canto accorato di Anderson nel finale.




Fate attenzione, dopo l'intro, al crescendo sottolineato dall'incredibile drumming di Bill Bruford che si inerpica sulla linea di basso di Squire, con le tastiere grevi in sottofondo, che man mano crescono fino a quel rombo che crea un vuoto nello stomaco!
Poi c'è l'arpeggio dolce di Howe che accompagna il canto quasi sottovoce di Anderson.
Tutto il brano è un continuo cambio di ritmiche su una linea melodica invece continua e tendenzialmente uniforme.
Ma la parte più intensa è sicuramente il finale, quando il cantato sale di tonalità e la musica di intensità...
Sharp Distance! How can the wind with so many around me! I Feel lost in the City, yeah!
Il brano è molto bello, ben costruito nella struttura, mai troppo pomposo nè troppo accademico. E' un esempio mirabile di come si possa fare musica coniugando tecnica e feeling. E' uno di quelli che considero standard prog.






Non vi ho preparato apposta all'ascolto di questo splendido brano, perchè volevo che vi colpisse con la sua intensità emotiva, così come colpì me la prima volta che lo ascoltai.
Ascoltate la dolce nostalgia che permea tutto il brano, il canto accorato, quasi stremato dalla  sofferenza ("Ci tocchiamo come foglie"-che incredibile locuzione per rappresentare la tenerezza del contatto fra due amanti) e quella chitarra che pennella note su note, quel pianoforte così struggente e quel crescendo così violento nel suo splendore!
Quando, al minuto 5,18 il brano si apre, immenso, vi prego di percepire una pregevolezza... il basso e la batteria, in sincrono, battono solo due colpi per ogni battuta, come se fosse la pulsazione di un cuore! Io l'ho sempre 'sentito' in questo modo, e mi stringe un nodo in gola.

Volete sapere questo brano di cosa parla? Narra di un uomo che perde la sua donna per un male incurabile e ricorda quando condividevano i loro momenti di intimità, tenendosi per mano e danzando insieme. E desidera follemente che lei possa ancora vederlo plasmare la creta e toccarlo ancora "come una foglia".
Per una volta Anderson ha abbandonato il metafisico per scendere a livello terreno e l'ha fatto con una tale intensità da strappare la lacrima!

Indipendentemente dalle mie personalissime considerazioni, gli Yes hanno offerto moltissimi spunti alle bands che sono sorte negli ultimi anni. Molte, come gli Spock's Beard, sono cresciute con la loro musica e quella degli altri grandi del progressive e le loro influenze sono estremamente evidenti nei loro lavori, che talvolta presentano echi 'genesisiani' e talaltra 'yessiani'.
In virtù della natura un pò "pomposa" della musica degli Yes è più facile trovare loro epigoni tra i gruppi americani, mentre quelli inglesi, generalmente più intimisti, si avvicinano maggiormente ai Pink Floyd  e i Genesis.

Come al solito spero di avervi dato qualche spunto di riflessione, essere riuscito ad interessarvi e soprattutto avervi fatto ascoltare un pò di buona musica!

Alla prossima!


sabato 18 dicembre 2010

i Pink Floyd



Perchè ho scelto proprio la foto della loro reunion al Live 8 per incominciare questo post?
Perchè di lì a poco quel piccolo uomo con i capelli bianchi alla vostra destra ci avrebbe lasciato e questo evento ha avuto il sapore del suo estremo saluto al monumentale lavoro prodotto con i suoi amici.






Probabilmente a molti piace ricordare i Pink Floyd in quest'altra epoca:





Come vedete, a parte la evidente differenza di età, i componenti del gruppo sono sempre gli stessi.
Anche in questo caso, come citato per i Genesis, le precedenti e successive formazioni nulla hanno a che vedere con il miracolo di sinergia, in questo caso psichedelica, che si è generato fra questi quattro musicisti.
La 'malata' genialità di Waters, il suo contrapporsi con la musica ai suoi disagi interiori, uniti alla sperimentazione di Wright ed al sound inconfondibile della chitarra di Gilmour e il tutto corredato dal drumming mai eccessivo, ma preciso di Mason portarono i Pink Floyd a generare, a partire da Ummagumma fino a The Wall, innumerevoli momenti di voli pindarici, introspezione psicologica, viaggi onirici (spesso lisergici), abbandono dello stato 'fisico' verso un piano astrale nuovo, inatteso e per questo estremamente coinvolgente.

Una volta uno dei bassisti con cui ho suonato, mi chiese come mai un musicista come me non aveva mai sentito il bisogno di farsi neanche uno spinello (è vero... sono stato un fumatore accanito, ma non ho mai provato, neanche una volta, nè uno spinello, nè altro).
Gli risposi che non ne avevo bisogno. La musica, ascoltata e in special modo suonata, riusciva a trasmettermi tutto quello di cui avevo bisogno, sia per 'costringermi a pensare', che ad evadere.

Ascoltate questo brano... per intero:






Pensate davvero che ci sia bisogno di fattori esterni, oltretutto nocivi alla salute (fisica e, se più pesante, mentale) per volare via in un'altra dimensione? Io credo di no.

Il miracolo si compie già a partire da quella nota ostinata, quasi stonata, di piano, durante l'intro di quella chitarra così fluida e l'attacco di batteria, per quanto deciso, non imperioso, ma efficace.
La voce di Gilmour è dolcissima, calda ma densa di quella sottile sadness che ti strazia l'anima.
E quando la musica sale d'intensità è tutta un'esplosione di sensazioni contrastanti: voglia di stringere una mano amica per non essere solo, paura e voglia di volare in alto, anelito di scrollarsi da dosso tutte le infrastrutture del nostro vivere per ritrovarsi nudi al cospetto di se stessi.
Poi improvvisamente il ritmo diventa più sostenuto e, sul tappeto sincopato di tastiere,  Gilmour si produce in un assolo con note lunghissime e legate. E' come un tentativo di risveglio, qualcosa che ci costringe a riaprire gli occhi per qualche breve momento, poi la musica si allontana e si sentono le grida degli albatross, che ci inducono a tornare a desiderare di volare... e lo facciamo con il finale splendido e intenso.

No... non c'era bisogno d'altro per estraniarsi dallo stato fisico!

Ho conosciuto i Pink Floyd, come molti della mia età, con il loro lavoro più famoso, quel concentrato di nuove sonorità, idee geniali e testi tra il pazzoide e l'intimista che porta il nome di The Dark Side of the Moon
Consapevole di essere in disaccordo con molti, non lo considero il loro miglior album, sebbene lo consideri un lavoro  pressoché perfetto: c'è emozione, novità, splendidi assoli di chitarra, la splendida voce di Claire Torry su 'The Great Gig in the Sky' e tutto il resto.

Ma il pathos che dilania l'anima e il corpo che pervade tutto Wish You Were Here è un'altra cosa.
WYWH è, per quanto mi riguarda, il loro album più intenso, più maturo, sotto tutti i punti di vista.
Forse perchè lo sento più intenso, essendo dedicato al loro amico Syd Barrett, ormai preda della pazzia senza ritorno, o perchè le sperimentazioni del precedente album erano ormai consolidate e mature.








Dopo l'intro ci sono le 4 note che hanno cambiato la musica di quegli anni.
Ascoltate con che intensità Gilmour le tira fuori dalla sua Fender.
E l'assolo blues, con quelle note in bending, che ha ispirato decine e decine di chitarristi, è mirabile.
Mirabile come l'intermezzo di synth di Wright, così solenne, greve, intenso, prima della reprise di Gilmour che anticipa il canto, triste e straziante, dove è tangibile la presa di coscienza delle condizioni del loro amico:
Now there's a look in your eyes, like black holes in the sky
"Lo sguardo dei tuoi occhi è paragonabile ai buchi neri".
Completa assenza di volontà, allontanamento dalla realtà... pazzia.
E l'intervento del sax di Dick Parry contribuisce a dare la sensazione di impotenza di fronte alla sorte del loro amico.

Ma l'insofferenza al mondo freddo dello show business, il rinnovato ricordo della morte del padre in guerra, l'intransigente e oppressivo affetto della madre e il senso di inadeguatezza di fronte a tutto ciò, portò Waters a scrivere l'ultimo grande album dei PF, che riassumo in questo brano, che talvolta ho assunto come colonna sonora delle alterne vicende della mia vita.







Raramente ho sentito, in un solo brano, due assoli di chitarra così coinvolgenti, che mi prendono dall'interno e stringono il mio cuore in una morsa così tenace che è difficile da riaprire.
Ascoltate come il primo tende a salire di tonalità, come se volesse sottolineare la scelta di vita appena consumatasi:
I have become comfortably numb
Mentre il secondo, quello che porta al finale, quello che mi piega letteralmente nelle ginocchia, tende a note gravi, è disperato!...Come per far capire che davvero non c'è niente da fare... è INDISPENSABILE diventare "insensibili per non soffrire". 
'Comfortably Numb' è un altro di quei brani che considero Standard Prog e forse ne parlerò più dettagliatamente in futuro.

I Pink Floyd, così come i Genesis , i King Crimson e gli Yes, hanno creato, a quel tempo, un modo assolutamente nuovo di concepire la musica, miscelando fra loro un sound fluido e onirico, effetti speciali, innesti di suoni campionati ed altre diavolerie elettroniche.
Al contrario dei loro 'colleghi' (e per loro stessa ammissione), non erano dotati di particolare tecnica sugli strumenti, ma questo li aiutò a scegliersi una strada diversa, tutta basata sulla creatività e sul sound e il riisultato è stato la nascita della band, ancora oggi, più famosa del mondo.

domenica 5 dicembre 2010

I Gentle Giant





Ascoltate questo brano...




'The Runaway' è la opening track (il primo brano, insomma) dell'album In a Glass House.
Aprire un album che si chiama in questo modo con un rumore di cristalli rotti ci fa comprendere, già in partenza, che della Glass House  non è già rimasto più niente. I GG, così come i Genesis, conservavano intatto il cinico sense of humor inglese in ogni loro lavoro. 

Ho conosciuto così i GG. Con un rumore di vetri infranti. L'album giaceva fra gli LP che il fratello di un mio caro amico (Il Paolo che mi ha fatto conoscere il Progressive Rock) aveva messo da parte perchè non di suo gradimento.... non tutti i fratelli 'riescono col buco'! (In questo sono stato fortunato! Mio fratello condivide con me questa passione per il progressive!).
Eravamo ancora molto giovani e il mio amico lo mise sul piatto quasi timoroso, come per dire: "Io lo metto, ma se non ti piace lo togliamo subito!". 
Mi conquistò immediatamente! Con quella ritmica pulsante, quel modo così differente di intrecciare gli strumenti e.... quel brillante assolo di vibrafono nella parte centrale che sprizza energia da tutti i solchi... che meraviglia!

I GG al tempo erano un pò outsider rispetto agli altri nomi altisonanti. Avevano il loro seguito di appassionati, ma il loro modo di comporre, ricco di dissonanze, di echi pastorali e di cori polifonici non si prestava all'immediatezza, così occorreva 'digerirli' un pò.

Nati come sestetto, con i fratelli Shulman al completo, si ridussero (per modo di dire) ad un quintetto quando uno dei tre abbandonò il campo e raggiunsero la stabilità della formazione al quarto album, con l'ingresso di John Weathers alla batteria.

Per fare un parallelo con i giorni nostri potremmo dire che i GG stanno agli Echolyn come i Pink Floyd stanno ai Porcupine Tree. L'equivalenza è piuttosto maliziosa se si considera che gli uni sono considerati gli eredi dei primi e gli altri quelli dei secondi!

Una volta qualcuno sulla mailing list dei Marillion mi chiese un consiglio sulla discografia essenziale dei GG.
Non ebbi alcuna incertezza a consigliargli i primi 7 album in blocco.
Effettivamente a partire da Gentle Giant fino ad arrivare a Interview non c'è album dei GG che non ci regali qualche piacevole sorpresa, qualche pietra miliare della musica prog rock, qualcosa da cui prendere spunto per le future generazioni. Generazioni che poi hanno fatto man bassa dei loro insegnamenti, come si può notare nei cori dei primi Spock's Beard e nelle costruzioni armoniche dei succitati Echolyn.








Ascoltate quanta dolcezza c'è nella prima parte di questo brano.

this little girl who had everything finds 

she's nothing at all 
"Questa ragazzina che aveva tutto, ora si accorge che in realtà non ha nulla".

Nel crescendo prestate attenzione alla chitarra che urla.
Poi tutto si placa e cresce la batteria, filtrata nel sintetizzatore, con una ritmica incalzante che niente ha a che vedere con la dolcezza dell'apertura. C'è un richiamo di musica classica al pianoforte, scandito dalla batteria nervosa e contrastante. La ragazza di buona famiglia, che suona il piano, forse per volere dei genitori, ma dentro arde di passioni forti e nascoste che la costringeranno a commettere qualche errore. E qui il piano diventa dissonante, delirante... il danno si compie.Ora si ritorna alla dolce tristezza iniziale che ci porta al finale... bello vero?


Volete un assaggio dei cori complessi che ideavano questi cinque 'folli' signori? Eccolo!









Senza mai rinnegare la loro vena rock, eh? Ma aggiungendo sempre qualcosa di unico e impensato fino ad allora, come l'assolo di glockenspiel un pò sopra le righe! Simpatico e complesso.... ma ascoltate quest'altro!







E' certamente più impegnativo! Prestate attenzione come ognuno faccia perfettamente la sua parte per poi terminare tutti all'unisono! Il bello è che nella seconda parte del brano riescono ad intrecciare gli strumenti come intrecciano le voci in apertura! Questo è uno dei brani dei GG che mi esalta maggiormente non solo per l'idea che hanno avuto e per l'esecuzione, ma anche per la carica emotiva che mi trasferisce!

OK. Qualcuno potrebbe dire che è in studio, dove tutto è più facile da amalgamare... eccovelo dal vivo!







Ci ho tenuto ad inserire questo video per darvi un'idea di quanto fossero preparati musicalmente i GG. Ognuno di loro era polistrumentista, così in 5 sul palco riuscivano a suonare molteplici strumenti, senza nessun aiuto esterno! Anche perchè non credo fosse semplice entrare facilmente in sintonia con questa 'gabbia di matti'! Vi prego di notare che il bassista, mentre suona il violino, canta in controcanto con gli altri...LIVE! C'è da mettersi le mani nei capelli!

Ma i GG non erano soltanto energia, tecnica, creatività e spirito innovativo con forti riferimenti alla musica 'dotta' (pensate che in Inghilterra alcuni loro brani venivano trasmessi sul canale dedicato alla Musica Classica). Sapevano essere anche molto intimisti, come in questo brano, di cui vi lascio testo e musica.

Why am I using words, no more to say without you 

Close the door, put out the lights and go 


Late in the night, in the night your shadow falls between us 
Nevermore, never know 
There, memories are sorrow, 
When there's no tomorrow 

Sleep while the sweet sorrow wakes my daydream; 
Sleep while you think of me with kindness, please remember former days 
Sweet the song that once we sang, the silent parting ways 

And you know, and you know, 
And you know, long ago when we first made our promise - 
Empty words, I wonder did you know - 

The laugh that love could not forgive 
Is gone and tells no more to live 
And we who look in beauty's love; 
Must now, through all, look back on before - 

The tears that first I cried, no more; 
Your love has come and gone, no more 
And we who look in beauty's love 
Must now through all think back on before 

Sleep while the sweet sorrow wakes my daydream; 
Sleep while you think of me with kindness, please remember former days 
And you know, and you know 
And you know, when we two parted in tears and silence 
Past the days, the parting ways 

Fare thee well, fare thee well, you that was once dear to me 
Think of me with kindness 
Think of me





A me piace molto il crescendo finale che poi si placa nelle ultime disperate parole: "Pensami con gentilezza, pensami".

Per concludere la panoramica su questo fantastico quintetto vorrei proporvi una cosa che forse non è facile da trovare in altre band. Un brano per voci e percussioni... naturalmente rigorosamente intrecciate fra loro!








Suona 'strano'? Non ditemelo! Altrimenti questo post non sarà servito a nulla!
Suona GENTLE GIANT!