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domenica 26 ottobre 2014

Turning Point Albums - Quarta parte

I link delle "puntate precedenti"!





Gli anni del liceo sono sempre un ricordo piacevole per chi, come me, ha avuto la fortuna di condividerli con alcune amicizie tanto forti da rimanere intatte ancora oggi.

Tralasciamo le pene amorose adolescenziali, l'impegno scolastico e i litigi con amici, genitori e fratelli. Quelli fanno parte dello sviluppo intellettivo e della maturazione individuale.
Buona parte di noi, compreso me, era serena  e viveva una vita tutto sommato gradevole, sempre a contatto con gli amici e, la mia in particolar modo, sempre a contatto con la musica: ascoltata e suonata.

Allora i ritmi di vita erano diversi, i miei genitori rientravano entrambi per pranzo e in genere si pranzava tutti insieme, fra racconti della giornata, rimbrotti dei genitori, scherzi fra fratelli, tanta allegria e qualche battibecco.
I più giovani che dovessero leggere queste righe rimarranno sorpresi, ma la vita familiare (non di tutte le famiglie, ma sicuramente della mia) a quei tempi era molto più conviviale di quella di oggi, nonostante ci fosse una battaglia generazionale più accesa e ribelle.

Avevo acquistato un manuale per lo studio della batteria ed ero solito, mentra mia madre approntava velocemente il pranzo, prima di sederci a tavola, andare a fare qualche esercizio nell'ampio salone di casa.
In genere era mio padre ad avvisarmi che il pranzo era pronto.
Aveva talmente rispetto per la mia passione che attendeva che io terminassi l'esercizio per catturare la mia attenzione e dirmi: "E' pronto... a papà".
Ancora oggi mi commuove riportarlo alla mente, come tantissime cose che mi hanno lasciato lui e mia madre.
Pensate solo che quel "a papà" lo uso ancora oggi con le mie figlie che sono adulte.



Di come sia venuto a conoscenza dei King Crimson ho già riferito qui:


http://proglessons.blogspot.it/2010/11/i-king-crimson.html



Mentre negli altri casi fu il primo album che ho ascoltato a generare in me un Turning Point musicale, in questo caso, nonostante il mio primo approccio con la band fu con Starless and Bible Black, forse non ero ancora pronto a comprendere la loro enormità, fino a quando non ascoltai quello che da molti, e anche da me, viene considerato una sorta di manifesto del prog rock.

Sebbene sia possibile ritrovare alcune caratteristiche di questo stile musicale in artisti precedenti (cito ad esempio Procol Harum e Vanilla Fudge), l'album In the Court of the Crimson King è così diverso da tutto quello ascoltato fino ad allora, così incredibilmente fuori dagli schemi, con quei riff così deliranti, il frastuono musicale sul finale del primo brano, la lunghezza e le variazioni dei singoli brani, che rappresenta un vero e proprio punto di partenza per tutta la musica che giungerà dopo.
Provate a confrontare il progressive  odierno con i brani che vi propongo di seguito: vi ritroverete un'enorme quantità di riferimenti, talvolta solo scimmiottati (e pertanto di dubbio gusto e valore), talaltra ispirati e di grande efficacia.

Confusion will be my Epitaph





L'intro con il mellotron in evidenza (come in tutto il brano) e quel rullo di timpani  già ci apre al dramma, e quel drumming così secco e variegato, sulla voce caldissima e ispirata di Greg Lake sono di incredibile efficacia.
Il crescendo che cade al minuto 3.40, prima del break cadenzato e lugubre, toglie il fiato con la sua intensità!





Che maestosità quell'attacco iniziale! Intenso, corposo e solenne!
Provate a immaginare quale batterista, prima di allora e senza la guida di Fripp, avrebbe mai accompagnato il brano con quel pattern di tom, hihat e rullante così incredibilmente inusuale, ma efficace!
E quel solo di flauto, quanti ne ha ispirati successivamente, anche e soprattutto nel panorama italiano?
Vogliamo parlare del finale a sorpresa con quella reprise da brivido? Quasi un antesignano delle ghost tracks di più recente memoria!
Questo brano, come tutti gli altri che compongono l'album, è incredibile per efficacia, innovazione e intensità.
Se siete musicisti o appassionati di uno strumento (come me), provate a seguirne l'azione in questo album... non sarà mai banale o prevedibile, rispetto alla musica di allora, ma per certi versi anche a quella odierna.
Eterno è il termine più appropriato per questo album!



Con i King Crimson ho scoperto il delirio della genialità (e viceversa!), l'acidità della musica e in particolare dei registri di chitarra, sempre così taglienti e strazianti, ma anche ritmiche killer, brani dolcissimi o di atmosfera greve e madida di sudore, testi ispirati, ma anche profondi e taglienti come lame, e la complessità strutturale della musica mai fine a se stessa!




La mia fame di conoscenza musicale non si placava mai.
In quel periodo incominciai a suonare musica strumentale in una band di quattro elementi: basso, chitarra, batteria e tastiere. La musica era d'ispirazione Pink Floyd e Sensation's Fix ed un pomeriggio, durante una pausa delle prove, il bassista mise sul piatto un LP la cui cover è riportata di fianco.
La sua intenzione era di farci notare alcune linee di basso.





L'energia che si sprigiona da questo brano, con quel pattern di batteria così inusuale (fino ad allora... poi fu ripreso da Phil Collins in 'Wot Gorilla') mi pervase di gioia incontrollata!
Era la prima volta che venivo a contatto con i fantastici Weather Report e la fusion o, come lo chiamavamo allora, jazzrock.Per la prima volta prestavo maggior attenzione al lavoro di tutti gli strumenti, invece di concentrarmi maggiormemte sul cantanto e sugli assolo, come avevo fatto fino a quel momento!
In questo album tutto è mirabile: le ritmiche pulsanti, le atmosfere, le sonorità, lo stile e il gusto degli assolo.


Ascoltate l'enorme efficacia del basso in questo brano:





E' delizioso come il sax di Wayne Shorter e le tastiere di Jo Zawinul costruiscano un mirabile incastro con il pregevolissimo lavoro di Alphonso Johnson. E quelle congas che rullano all'impazzata, conferendo al brano un sapore sudamericano, unite alle armonizzazioni, talvolta dissonanti, e a tutta la struttura del brano sono davvero sorprendenti!
Ancora oggi mi emoziono quando ascolto questa band stellare!

I Weather Report sono stati la mia prima apertura alla vera e propria musica strumentale che, come vedrete in seguito, da quel momento ha avuto, nella mia crescita musicale, un cammino parallelo al progressive rock.
Sebbene non avessi ancora la maturità di apprezzare alcuni dei loro lavori precedenti (I Sing the Body Electric, per esempio... ne godetti successivamente) da allora questa band fu per me un punto di riferimento inamovibile quando non si parlava di prog.

Ma eravamo solo all'inizio.... come vedrete già dal prossimo post!

lunedì 28 luglio 2014

INGRANAGGI DELLA VALLE – TUTTA “COLPA” DEI NOSTRI GENITORI

Ciao a chi mi legge!

Da un pò di tempo questo mio blog si è arricchito aggiungendo alle mie monografie e alle analisi tecnico/emotive della Musica che più mi gratifica, anche frammenti della mia attività di freelance music reporter, definizione che mi sono dato io stesso, ma che mi calza a pennello, visto il mio inesauribile entusiasmo di saltare da una manifestazione all'altra e di trasmettere le mie sensazioni, positive o negative, in perfetta autonomia e libertà di espressione.

L'evoluzione ha ridato linfa allo stesso blog, che ora è seguito da un maggior numero di persone (perfino dal Giappone!) che ne apprezzano gli argomenti e i contenuti e la cosa non può farmi che immenso piacere!

Quello che segue è l'esito di una divertente chiacchierata, che ho fatto nell'ambito della seconda edizione del FIM di Genova, con una delle progband più promettenti del panorama italiano. E parlare solo di prog in questo caso è un pò limitante. Proseguite la lettura e scoprirete perchè!


Gli Ingranaggi Della Valle è una giovane band romana di sei elementi che ha recentemente pubblicato il suo primo CD In Hoc Signo (Concept sulla Prima Crociata) con l'etichetta Black Widow di Genova.

Qualche mese fa avevo avuto modo di apprezzare il loro lavoro discografico, che è un mix di recupero del prog degli anni '70 con spruzzate di jazz fusion , il tutto condito da una buona dose di novità derivante dalla loro già buona personalità musicale, e sono stato contento di poter scambiare quattro chiacchiere con loro.

Quando ci siamo accomodati nella restroom e loro si sono accovacciati a terra in circolo intorno alla mia sedia ho avuto un simpatico deja vu: quando eravamo in vacanza e le mie figlie erano adolescenti, talvolta i loro amici si mettevano nella stessa posizione intorno a me, per ascoltare i miti e leggende della musica progressive e apprendere, attraverso i miei racconti appassionati, come ascoltarla affinchè trasmettesse loro le stesse sensazioni che trasmetteva (e trasmette) a me.
Da quelle esperienze estremamente gratificanti nacque il mio
blog che intitolai scherzosamente Proglessons (www.proglessons.blogspot.com).

Il “portavoce” degli Ingranaggi è il chitarrista Flavio Gonnellini e seppure non lo fosse, prende sempre la parola perchè è ansioso di esprimersi. Gli altri in genere annuiscono o aggiungono qualcosa.

D.: Da dove nasce il vostro nome. Ha un significato di qualcosa di macchinoso?

R.: Tutto parte dal nome di un professore al quale alcuni di noi sono molto legati. Macchinoso non diremmo. Per far funzionare qualcosa c'è bisogno che gli ingranaggi siano messi nella giusta posizione affinché trasmettano il movimento. Proprio come ciascuno di noi della band. Ognuno permette all'altro di muoversi e tutti insieme costituiamo un motore, in questo caso musicale!

D.: Bella rappresentazione di voi stessi! In effetti quello che mi ha colpito della vostra musica è la buona dose di personalità, sebbene vi siano chiari riferimenti al
prog degli anni '70 uniti alla fusion, che mi sembra di comprendere sia il vostro orientamento musicale preferito...

R.: Tutti studiamo musica, Marco (Gennarini – il violinista) viene addirittura dal Conservatorio, dalla classica, e il jazz e la fusion permettono di esprimersi più liberamente nel virtuosismo, oltre a garantire ai brani un groove piuttosto particolare.

D.: Frequentando i vari forum musicali ho trovato qualcuno che asserisce che le generazioni recenti non hanno saputo creare un proprio stile musicale “di rottura”, tipo il Rock 'n' Roll, il Beat, il Prog e si sono appoggiati alla musica “dei cinque savi” (Genesis, King Crimson, Yes, Pink Floyd e Gentle Giant) mancando pertanto di autonomia e di originalità. Siete d'accordo con questa asserzione?

R.: Tutti noi abbiamo attinto alla musica che ascoltano i nostri genitori, così come voi prima di noi. Pertanto se per certi versi quella da te citata può essere una giusta osservazione, per altri no, perchè l'ascolto va poi elaborato e personalizzato!
Inoltre il periodo storico è diverso come lo sono le motivazioni.

D.: Certo. A quei tempi noi si era “contro” e basta. Spesso si evitava la condivisione delle passioni con i propri genitori. Mi state dicendo quindi che il classic prog è servito a sviluppare il vostro sound?

R.: Come dicevamo poco fa, è bello studiare i “classici” perchè arricchisce il bagaglio di conoscenze e induce a migliorare la tecnica, ma deve servire come punto di partenza, non come meta finale.

D.: Io sono ferocemente avverso alle coverbands, che ritengo rubino spazio sia mentale a coloro che vi si cimentano, i quali spesso sono ottimi musicisti, che fisico alle band come la vostra, che sentono il bisogno di esprimersi attraverso musica propria...

R.: Ognuno è padrone di suonare e ascoltare ciò che vuole...

D.: Ma è pur vero che è più comodo ascoltare solo ciò che già si conosce... Che peso date agli Area nei vostri interludi jazzrock?

R.: (sorridono) Gli Area, così come i Brand X e tante altre band che avevano una forte matrice jazz nel loro sound, sono stati ascolti importanti, che ci hanno aperto la mente a nuove soluzioni.

D.: E il prossimo album?

R.: Sarà sicuramente più orientato alla fusion, che è il genere musicale che ci viene più naturale suonare!

Ascoltate e giudicate voi stessi!




Un grosso in bocca al lupo agli Ingranaggi della Valle!

Come al solito eventuali commenti sono graditi!

lunedì 16 dicembre 2013

A Night With: IL TEMPIO DELLE CLESSIDRE


Ciao e bentrovati!

Non crediate sia semplice parlare del prog dei giorni nostri.
E' molto più semplice guardarsi indietro ed andare a rintracciare qualcosa di fermo e immobile, seppure eterno e di riferimento per tutti, piuttosto che orientarsi in un panorama in continuo movimento (molti non ne sono a conoscenza o fingono di non saperlo, rimanendo ancorati agli anni '70, ma il prog è vivo e vivace)!

Questo è uno dei motivi per cui è molto più comodo allestire una cover (o tribute) band, piuttosto che cimentarsi in qualcosa di originale, che suoni anche nuovo, dinamico e moderno.
Coloro che mi frequentano sono a conoscenza della mia "crociata" contro le cover e tribute bands e quanto io sia favorevole ad ascoltare qualcosa di fresco e attuale, anche se talvolta purtroppo rimango deluso nelle aspettative!

In realtà sono alle prese da tempo con un post sul nowadays prog, ma lo riscrivo di continuo perchè mi sembra sempre sbagliato l'approccio, troppo incompleto e un pò "distaccato" e sapete che se non riesco a metterci il cuore non sono mai contento del risultato!

Cosa c'è di meglio allora di parlare di qualcosa che mi ha trovato inaspettatamente come emozionatissimo co-protagonista, che riferisce di una delle band più interessanti del panorama del RPI odierno?

Il Tempio Delle Clessidre è una band genovese che ha all'attivo due ottimi album: il primo con un vocalist di eccezione, Stefano "Lupo" Galifi, che ha recentemente riformato la sua band storica Museo Rosenbach, e il secondo con il giovane Francesco Ciapica, dal timbro molto particolare, ma dotato di una buona dinamica, una notevole estensione vocale e una piacevole vena interpretativa. 

Buona parte delle composizioni parte da idee della bravissima (e bella, perchè far finta di niente?) tastierista/cantante Elisa Montaldo, dotata di ottima tecnica e grande sensibilità, o del talentuoso bassista/chitarrista classico Fabio Gremo, successivamente sviluppate con il supporto degli altri musicisti Giulio Canepa (chitarra elettrica) e Paolo Tixi (batteria).
Generalmente l'impronta del secondo è più intimista e meditativa, mentre quella della prima è più drammatica, ricca di pathos e di tensione emotiva, pertanto è facile ritrovarsi in entrambi i moods!

In occasione della presentazione multimediale (foto, quadri e musica) del loro nuovo album AlieNatura, sono stato coinvolto dagli organizzatori, insieme ad un altro giornalista della rivista PROG ROCK MAGAZINE, nella conferenza stampa che anticipava il concerto, in qualità di web journalist. Nel corso della conferenza ho tentato, attraverso domande dirette a ciascuno dei musicisti, di carpire qualche aspetto nascosto della loro personalità e sensibilità.

Però prima di trasmettervi le emozioni che ho provato a stare lì sul palco con loro (in genere sono dietro alla batteria e sono più spavaldo!), vorrei farvi comprendere le emozioni che questa fantastica band trasmette a me con la sua musica incantevole, talvolta ansiogena, ma sempre evocativa e ispirata.

Il brano che segue, tratto dal primo album, è strumentale. Ascoltate il perfetto intreccio degli strumenti, i vari momenti che si succedono con dinamiche e intensità alternanti, fino al finale solenne e evocativo!
Davvero notevole per una band emergente, seppure dotata di ottimi musicisti a livello individuale.





Quando viene eseguito LIVE l'orientamento scenografico/teatrale della band è posto in notevole risalto. Tutti indossano una maschera ed Elisa abbandona la sua postazione dietro le sue adorate tastiere per eseguire una sorta di rituale magico. Molto suggestivo davvero!

Il secondo brano tratto da quest'album, che vi invito in ogni caso ad ascoltare per intero, è molto intimista e mi è molto caro.
Rende la notte quasi una persona che ci accoglie, con il suo silenzio e il suo misticismo, e ci fa compagnia fino al giorno successivo. Sono sensazioni che provo spessissimo e mi ha sorpreso ritrovarle in questo brano!
Ma non limitatevi a rinvenire nei testi quanto vi ho appena detto... lasciatevi trasportare dalla musica e comprenderete ugualmente... chiudete gli occhi, sssh!





Quei salti di ottava sul pianoforte sono deliziosamente appoggiati sull'arpeggio e il cambio di intensità che si sviluppa nella parte strumentale, con quell'alternarsi delle tastiere e della chitarra in soli di pregevole fattura, rendono questo brano per certi versi unico e molto coinvolgente.
Quando li ascolto LIVE spero sempre che lo suonino e talvolta sono stato esaudito con grande soddisfazione!

Nonostante la grande bravura e professionalità di "Lupo", visto l'orientamento scenografico e teatrale, Il Tempio, a mio modo di vedere, aveva necessità di un frontman che avesse caratteristiche che incontrassero queste esigenze. Oltre alle sue innegabili doti canore, Ciapica ha una buona performance sul palco, sa essere presente e coinvolgente senza strafare e si presta in modo eccellente alle invenzioni sceniche della band, come quando soffia una polverina su un foglio nero e questa, aderendo alla colla precedentemente stesa da Elisa, lascia apparire la scritta AlieNatura
Sono cose semplici, ma di grande gusto ed impatto emotivo, come questo brano che viene proposto accompagnato dallo slideshow che vedete nel filmato.





Non ho mai avuto la forza per controllare la paura...

Questo brano, tratto dall'ultimo album, è molto intenso già dalle prime note, ma quando sale di tonalità e specialmente quando entra Elisa in coro, strappa un'emozione molto forte.

La progressiva consapevolezza di poter usare, oltre alle sue preziose dita, anche le sue elevate doti canore, si manifesta maggiormente nel brano successivo, che considero la vera punta di diamante di tutto il nuovo lavoro.


 



Prestate attenzione al senso di oppressione che si manifesta fin dall'inizio!

No! Non venite da me!... 

l'ossessione degli incubi che si manifesteranno certamente con il sopraggiungere del sonno è tangibile nel canto disperato di Francesco

Se potessi io mi annienterei dentro i miei sogni malati 

con quell'urlo straziante... è questo che intendo per "doti interpretative" del cantante!

Quello che sorprende è l'improvviso cambio di registro dopo il break, con la voce di Elisa inizialmente pomposa e quasi canzonatoria, con quei cori eterei così particolari che sembrano estratti da un film di Tim Burton... e dopo il sibilato

puoi fidarti di me

diventa acida e autoritaria!
Ormai il sogno-carnefice ha avuto la meglio sulla sua vittima!

Notate che, in tutti i brani, i fraseggi degli strumenti seppur molto accurati e ricercati, non sono mai eccessivi o noiosi e ad ogni ascolto si scopre qualcosa che non si era notato prima, ora nel lavoro di tastiere, ora nel basso o nella voce, ora nella chitarra o la batteria.
I pattern ritmici generati dall'energia di Fabio e Paolo non sono mai trattati con superficialità e la chitarra di Giulio, con i suoi ostinato e i suoi solo, ha sempre un notevole impatto sui brani.
Niente male, non trovate? 

Ciò che mi piace maggiormente di questi ragazzi è la passione che mettono in ciò che fanno, che si manifesta nel ritrovare nei loro lavori certamente molti riferimenti ai grandi della musica prog non solo nostrani, come Banco e PFM (vista l'impronta tastieristica, più i primi dei secondi), ma anche Gentle Giant e echi Crimsoniani, miscelati con qualcosa di nuovo a livello di timbro, architettura dei brani e soprattutto intensità e pathos. Non è musica per tutte le orecchie, ma sono contento che lo sia per le mie! 


Ma veniamo alla conferenza stampa, anteprima del concerto del 9 novembre 2013.
Entrando nel teatro vidi Fabio Gremo salutarmi da lontano. Non volli disturbarlo e non mi avvicinai.
Mi intrattenni a parlare un pò, tra gli altri, con il fotografo Eugenio De Vena, che mi sembra dotato della peculiarità di ritrovare alcuni aspetti nascosti di Elisa nei suoi scatti, e gli manifestai la mia ammirazione.

Poi fu la volta di Elisa Montaldo, che mi chiese se avessi pronte le domande.
Le risposi che ne avevo una per ognuno di loro, ma non erano difficili.
Non ricordo chi fosse dei miei parenti che diceva: "Ti fai fare fesso dagli occhi delle donne!" ed aveva ragione. Quando mi guardò con quei suoi occhi grandi ed espressivi e mi chiese se poteva darvi uno sguardo in anticipo, non seppi fare altro che darle il foglio su cui le avevo appuntate!
Non ricordo neanche più come rientrai in possesso del foglio...

Dopo l'esibizione degli opener, la presentatrice dal palco ci invitò a salirvi. Io guardai l'amico con cui ero chiedendogli se avessi capito bene...dovevo salire sul palco insieme ai Templari (li chiamo in questo modo da tempo, tanto che ormai molti fans mi imitano, persino senza sapere che il nomignolo è partito da me!)?
Un pò emozionato raggiunsi il palco e mi posi al centro della scena, fra i musicisti, come attesta la foto riportata di seguito.




Vi assicuro che in quella posizione, davanti al teatro gremito e non nascosto da piatti e tamburi, l'emozione è tangibile!

Quando fu il mio turno di fare le domande, nonostante fossi nel mio habitat naturale, fra amici e soprattutto musicisti, sentii le stesse sensazioni di quando mi ponevo davanti ai professori per sostenere gli esami: deglutii più volte, sentivo le giunture rigide e legate, le mani fredde, e mi mossi con la leggiadria di un burattino verso Giulio Canepa, il primo che avevo scelto per la sequenza.
Ovviamente avevo dimenticato gli occhiali da vista a casa (ancora non mi abituo all'idea di doverli portare con me!) e non riuscivo a leggere quanto avevo riportato sul foglio che avevo fra le mani, ma avevo scritto e riletto quelle domande decine di volte e ormai le sapevo a memoria!


GIULIO CANEPA
Una delle caratteristiche principali del Progressive Italiano è il timbro delle chitarre e tu ne fai tesoro.
Rispetto al primo album mi è sembrato che tu abbia svolto un maggior lavoro sia di rifinitura che di volume, inteso come“muro di suono”.
E' cambiato qualcosa a livello compositivo o è stato fondamentale il supporto del “supervisore” che abbiamo visto nelle foto controllarti con attenzione?
(Nota: Su Facebook postò una foto con il figlio, che sembrava lo controllasse mentre suonava)

Questa bonaria incursione nella sua vita privata indusse il chitarrista a spiegare alla platea chi fosse il "supervisore" e questo generò immediatamente un clima confidenziale e amichevole che strappò qualche sorriso di sorpresa e compiacimento.

La risposta di Giulio fu chiara e pertinente: rispetto al primo album lo "strapotere di Elisa" (da lui citato mentre la guardava con immenso affetto e un sorriso bonario) si è mitigato e la collaborazione è stata più interattiva, dando maggior spazio agli altri musicisti che, in questo modo, hanno potuto esprimersi con maggior libertà.

Non so cosa fu, ma a partire da questo momento mi liberai della tensione e dell'emozione e incominciai a fare un pò da mattatore, chiacchierando con il pubblico e lasciando i musicisti fermi al loro posto, mentre io mi spostavo di volta in volta verso il successivo interlocutore. Una sorta di Prog Baudo, insomma! Una "breve" conferenza stampa che alla fine durò molto più del previsto!


FRANCESCO CIAPICA
Inutile ribadire che hai rilevato un'onerosa eredità.
Complimenti per la tua voce particolare e la tua vivacissima vena interpretativa!
Hai reso splendida la già bellissima “Onirica Possessione”.
A parte le differenti caratteristiche di timbro, qualora si siano presentati, quali sono state le criticità del tuo inserimento e, vista la tua presenza scenica, quanto ti ha aiutato l'orientamento scenografico/teatrale della band? 

Francesco tentò di non far trasparire l'apprensione e, ostentando sicurezza, mi ringraziò per i complimenti (non riersco a capire perchè una parte dei critici di settore lo consideri ancora acerbo, mentre io gli riconosco una buona personalità) e accennò qualcosa circa un necessario "rodaggio". Inizialmente non gli erano ancora ben chiari alcuni "passaggi" in cui si era incastrato, ma le cose erano andate via via migliorando, anche perchè nel frattempo aveva fraternizzato (e non stento a crederlo! Sono tutte persone amabili, semplici e molto disponibili) con il resto della band e questo gli era stato di grande aiuto per superare quelli che all'inizio erano sembrati ostacoli.

Fu ora la volta del "piccolo" del gruppo. Essendo io un batterista amatoriale, questa domanda fu la prima che mi balzò in mente all'atto della loro ideazione.


PAOLO TIXI
Il tuo miglioramento tecnico in questi tre anni è innegabile. Studiare e suonare stili differenti aiuta a crescere. Complimenti!
In questo nuovo lavoro ho notato delle pregevolezze stilistiche, seppur avulse da inutili ostentazioni di tecnica ed eccessi.
Bill Bruford sostiene che la bontà di un batterista si valuta dalle pause.
Sei anche tu di questa opinione?

Paolo si mostrò divertito e compiaciuto dal modo in cui la domanda gli veniva posta. "Se lo dice Bill Bruford sarà vero!" - esordì sorridendo. Poi continuò dicendo che i miglioramenti tecnici gli avevano permesso di essere parte integrante della fase compositiva e che egli stesso si mette al servizio della musica che suonano, dove il virtuosismo fine a se stesso non trova (e, dico io, giustamente) spazio, dove è indispensabile supportare il brano con le opportune dinamiche, senza strafare, ma anzi aiutando a porre in risalto i vari strumenti, man mano che se ne presenta la necessità.

A questo punto mi restavano soltanto gli assi portanti, le due menti più ispirate del gruppo.
Per recarmi da Fabio passai davanti ad Elisa e prendendola in giro le dissi che era inutile che si aspettasse domande. Sorrise.


FABIO GREMO
La tua carica emotiva e esplosiva sul palco è ormai leggenda.
Eppure spesso sei autore di testi e musiche di profondo intimismo ed introspezione.
Come trovano spazio in te questi due aspetti contrastanti e da cosa trai ispirazione per la musica e i testi? In genere cosa nasce prima?

Fabio un pò si schermì. Effettivamente quando è sul palco si mostra in continuo movimento, un'esplosione di energia che si diffonde, attraverso gli altri componenti, all'audience. I suoi lunghi capelli ondeggiano continuamente a causa del continuo movimento del capo e dei suoi spostamenti quasi danzanti sul palco.
"Ah, è leggenda?" - disse ridendo. Poi tornando all'argomento principale della domanda disse che sono momenti diversi. La creazione avviene quasi sempre partendo da una melodia, o un pattern di basso o addirittura da qualche ostinato che risuona in testa, o anche da qualche verso che quasi richiede di essere portato in musica. E l'ispirazione nasce da un evento qualsiasi, anche se talvolta apparentemente o momentaneamente trascurabile.
Una volta che si è sul palco il brano è già completo e la fase intimistica lascia spazio all'energia che si sprigiona dalla musica e dalla voglia di suonare, che è sempre tanta!



ELISA MONTALDO
Questa ragazza non sa fare niente: Arti marziali, Make Up Artist, modella per gioco, musicista completa e ispirata, solidi valori civili e morali...
Per fare tutto ciò che vorrebbe, avrebbe bisogno di una giornata di 48 ore!
Eppure a giudicare dai testi e dalla musica tu sembri “The Dark Side of the Temple”.
Quanto hanno inciso psicologicamente le recenti alluvioni, prima di Genova e poi delle 5 terre, sulla stesura del vostro secondo lavoro?

Sulle prime Elisa parve un attimo risentita dalla mia definizione e ci tenne a precisare che possiede anche un'importante parte solare che si manifesta in molte occasioni. Annuii sorridendole.
Poi, mentre parlava, quasi a supporto della sua asserzione, di come nascono i suoi brani, sembrò improvvisamente comprendere l'orientamento della mia domanda e, rivolgendosi ora a me e ora al pubblico, disse ciò che mi aspettavo di sentire: tutte le sue ansie e le sue paure trovano spazio nella musica che compone, pertanto è inevitabile che eventi disastrosi come quelli da me citati abbiano avuto enorme risonanza nel suo mondo interiore, così come tanti altri che hanno scosso la sua sensibilità di persona e di artista.

In questo modo, il suo animo sensibile e la sua innata esigenza di confrontarsi ed immergersi nelle bellezze della Natura che la circonda, le hanno ispirato questo brano di incredibile delicatezza, che ancora una volta mette in luce le buone doti canore di questa splendida musicista.






La serata con Il Tempio Delle Clessidre è stata, per me, un evento eccezionale e ringrazio gli organizzatori per aver avuto il "coraggio" di coinvolgermi, consapevoli che non scendo mai a compromessi quando parlo di Musica... e non l'ho fatto neanche stavolta!
Ho parlato talvolta di questi argomenti con ciascuno dei componenti della band, ma mai con tutti insieme e mai al cospetto del pubblico, un pubblico ricettivo ed entusiasta, che mi è parso apprezzare tutto ciò.

Spero di essere riuscito nell'intento di farli parlare un pò di se stessi, dando all'audience una chiave di lettura un pò più approfondita di queste splendide persone.
E in effetti le risposte non sono state mai banali o di circostanza, ma sempre stimolanti e sincere.


Quando parlo di questa band agli amici del prog, mi dicono, prendendomi in giro, che sono motivato dalla presenza di Elisa Montaldo. 
Dicono sicuramente una parziale verità: in realtà la prima volta che li vidi LIVE a Milano, non conoscevo nessuno di loro e fui sorpreso dalle sonorità delle tastiere elettroniche, dai virtuosismi pianistici simil-Banco e dalla passione quasi apprensiva che la tastierista mostrava al cospetto delle sue tastiere.
Successivamente le mie motivazioni si sono evolute con l'approfondimento musicale di Fabio, Giulio, Paolo e Francesco, della loro immensa passione per ciò che fanno, della loro sensibilità talvolta a fior di pelle e delle numerose good vibrations che riescono a trasmettermi con la loro musica ricca, sofisticata, energica, nuova seppure con chiari riferimenti al mio periodo d'oro, quando ero immerso totalmente in essa, ancor più di oggi.

Come al solito... fatemi sapere se avete gradito il post e la musica che vi ho inserito!

Alla prossima!

domenica 11 settembre 2011

La "Gong Dinasty" - part 1


Gong
I Gong sono la manifestazione tangibile di quanto la casualità regoli le nostre vite... oppure di quanto si sia inconsciamente desiderosi di qualcosa, per cui le nostre energie, anche inconsapevolmente, sono impiegate in quella direzione e generano gli eventi che consideriamo 'casuali'. 
Delle due l'una...

Daevid Allen, musicista originario di Melbourne e al tempo residente in Inghilterra, era in procinto di tornare dalla Francia dopo un tour trionfale, insieme con i suoi Soft Machine,  ma fu bloccato a Dover per irregolarità dei documenti e dovette ritornare a Parigi.
Qui conobbe Gilli Smyth, professoressa alla Sorbona, e con lei diede vita al primo nucleo dei Gong.

In realtà inizialmente i Gong, come i King Crimson, erano un progetto musicale nell'ambito del quale si avvicendavano diversi musicisti i cui fattori comuni erano l'anticonformismo e la grande voglia di cimentarsi musicalmente in qualcosa di nuovo. Gilli e Daevid furono persino considerati elementi pericolosi e costretti a trasferirsi a Maiorca, dove conobbero Didier Malherbe, sassofonista poi divenuto storico del gruppo, che allora viveva in una grotta!
Soltanto a partire da Flying Teapot si ebbe una maggiore stabilità dei componenti del gruppo, ma rimasero presenti gli interventi 'esterni'. Da tener presente che in origine, nelle note di copertina, i musicisti venivano elencati con pseudonimi, nomignoli o riferimenti alla mitologia Gong, pertanto non era facile stabilire chi fossero in realtà. Soltanto dopo un pò di tempo si riuscì a comporre il mosaico!

Ovviamente alla base di tutto c'era la visonaria mitologia del Pianeta Gong, dove gli Octave Doctors regolavano e modificavano le vite dei terrestri attraverso le onde musicali.
Durante tutta la famosa trilogia, che parte dall'album The Flying Teapot e termina con lo stratosferico You, la musica è ricca di effetti space, glissando di chitarra (tecnica mutuata da Syd Barrett), bisbiglii sussurrati e urlati (tecnica inventata dalla Smyth che lei stessa chiamò space whispers), ritmiche forsennate e assoli jazz e rock oriented.





Ecco... in questo brano ci sono tutte le caratteristiche che ho citato prima!
Splendidi assoli di sax, ritmiche sostenute, bisbiglii e quel lungo finale sorprendente con percussioni e batteria! Erano tutti musicisti di alto livello e non facevano fatica a dimostrarlo.

Nel breve spazio di soli 3 album (4 se vogliamo includere anche Camembert Electrique, uscito prima della trilogiai Gong furono in grado di creare uno stile di musica così particolare da non poter essere mai più imitato.
Perfino gli Ozric Tentacles, da tutti riconosciuti fra i più ispirati emuli dei Gong, non sono riusciti a restituire l'ambientazione musicale originaria, così ricca di magia, esoterismo e sensualità... come si evidenzia nel prossimo brano, caratterizzato da una lunga intro space, a cui si sostituisce una ritmica soft su cui si appoggiano le chitarre liquide di Allen e Steve Hillage, con quell'effetto feedback così suggestivo!





A mio modo di vedere i Gong crebbero musicalmente nel corso della trilogia.
Infatti You, che è l'album che ci conduce al termine dell'avventura di Zero the Hero, sebbene anch'esso permeato di humor e qualche divertissment, ha un sound più maturo e tutti i musicisti si esprimono con maggiore efficacia.





Prestate attenzione in apertura agli space whispers di Gilli su quel tappeto di suoni spaziali.... che magia!
E quel pattern di basso che sale fino al lungo, sorprendente ed efficacissimo attacco di batteria del compianto Pierre Moerlen... ne sentirete pochi con questo gusto musicale!

E quando urla "Everyhwere" (che sensualità!) e parte l'assolo di Didier Malherbe sale un brivido lungo la schiena, non è vero?

Al minuto 7.00 si fa vivo Daevid con i suoi glissando, per poi lasciare il posto alla chitarra di Hilage, sul tappeto sonoro di tastiere, effetti speciali, vibrafono e il basso continuo e incisivo di Mike Howlett, che sale di tonalità fino a giungere all'improvviso break finale. Eccezionale davvero!

You dovrei proporvelo praticamente per intero, tanto è denso di ottima musica ispirata, visionaria, corposa ed intensa emotivamente!





I-AO ZA-I ZA-O MA-I MA-O TA-I TA-O NOW 
è il glorious Om riff che invoca sessualità, istinto materno e potenza della luce.
Anche in questo caso l'intro e l'attacco sono micidiali, poi il brano prosegue con quel giro di basso potente e solenne e sopra il sax e le chitarre in un susseguirsi di forti emozioni e incastri sonori!

Termino questa prima parte con l'ultimo estratto da questo album eccezionale che non posso evitare di inserire per la sua ambientazione eterea, spaziale e intimista al tempo stesso.





In questo caso abbiamo un continuo crescendo, che parte da eterei effetti spaziali, fino a giungere allo splendido assolo di Malherbe, che si alterna fra sax e flauto e ci porta al termine di questo magico brano.

Come spesso citato per altre band, anche in questo caso, questi erano gli unici veri Gong. Tutte le altre formazioni precedenti e successive, compreso quelle guidate dallo stesso Allen, non sono mai riuscite a riproporre la stessa musica ispirata e visionaria.


Questo non significa che il resto fosse tutto da buttar via...
Ma, se avrete voglia di seguirmi, ne parleremo al prossimo post!


Ciao!

lunedì 29 agosto 2011

Mark I e Mark II: Quando qualcuno cambia strada.

Ciao a tutti.
Dopo la (lunga) pausa estiva e in una veste grafica un pò modificata, proviamo a ripartire con un argomento davvero spinoso... tanto per sentire quella benefica scarica di adrenalina che ci indurrà ad abbandonare l'aspetto placido e rilassato derivante dal lungo, dolce far niente (per chi eventualmente avesse potuto beneficiare davvero di tale meravigliosa pratica ormai in via di estinzione...)!

Capita sovente che in una band, nonostante agli occhi dei più tutto sembri andare a gonfie vele, c'è qualche frizione interna, una punta di insoddisfazione di uno dei componenti (talvolta capita ad uno dei musicisti, ma più spesso al frontman) che man mano cresce fino a diventare talmente insopportabile da portare alla separazione.

Le analogie con un rapporto sentimentale ci sono tutte... e non deve sorprendere! Spesso i componenti di una band hanno condiviso perfino il cibo prima di giungere al successo e si sentono davvero molto legati fra loro! 

Proviamo a comprendere insieme quando e perchè ciò accade e quali ripercussioni possono esservi sul gruppo e sui fans. 

In alcuni casi non vi sono ripercussioni: i King Crimson hanno cambiato spessissimo il loro organico, ma nessuno si è mai lamentato eccessivamente che fosse andato via Greg Lake dopo i primi due albums, oppure che la sezione ritmica Levin/Bruford sia stata soppiantata, in tempi più recenti, da quella Gunn/Mastellotto, o di altre mutazioni.
Ciò accade perchè i King Crimson sono sempre stati visti come una moltitudine di sudditi alla corte di Bob Fripp, pertanto i seguaci del 'Re Cremisi' sono sempre fiduciosi delle scelte fatte dal loro 'monarca'. 
Ed in linea di massima non hanno tutti i torti. Basti pensare ai vari musicisti, a parte quelli già citati, che si sono avvicendati in questo contesto: Mike Giles, Keith Tippett, Jon Anderson, John Wetton, Adrian Belew, Ian Mc Donald, Mel Collins, etc... e alle recenti collaborazioni con Steven Wilson e Gavin Harrison dei Porcupine Tree!

Anche per gli Yes gli avvicendamenti e i ripescaggi sono stati così frequenti che non sembra esservi stata mai grande sofferenza. Tranne forse quando Rick Wakeman decise di abbandonare il gruppo per dedicarsi alla sua carriera solista. Ma anche in quel caso fu sostituito alla grande da Patrick Moraz, che non fece rimpiangere a lungo il virtuoso tastierista dai lunghi capelli d'oro.
Le successive mutazioni con gli ex-Buggles, le formazioni doppie o eventuali AWBH (che peraltro produssero un album decente) non le considero nel contesto.


In altri casi la separazione è talmente traumatica che i nostri beniamini sentono il bisogno di trasmetterci il loro stato d'animo attraverso l'unico canale che possa metterli in comunicazione mentale con noi fans: la musica.





I Pink Floyd si sono portati dietro per tutta la loro esistenza la volontaria (quanto necessaria!) esclusione di Syd Barrett dalla band. I sensi di colpa di Waters e Gilmour, suoi ottimi amici fino alla fine, si manifestano nel mirabile album Wish You Were Here, da cui è tratto il brano di cui sopra.
Syd era completamente fuori di testa e ostacolava il loro cammino verso il successo, pertanto i quattro membri, di comune accordo con i produttori, decisero che occorreva disfarsene, nonostante l'amicizia che li legava da molti anni.

Se vi capitasse di trovarvi fra le mani il libro Rosso Floyd di Michele Mari (recentemente regalatomi dalle mie figliole) troverete ardite interpretazioni di decine di potenziali riferimenti a Syd, lungo tutta la loro carriera.
Il libro si basa su molti fatti reali, ma l'autore ne elabora connessioni di pura fantasia, seppure spesso plausibili. Per quanto generalmente non gradito ai fans, io lo considero un simpatico esercizio di stile.
In ogni caso è innegabile che i Pink Floyd abbiano tratto grande giovamento dall'inserimento di Gilmour e la sua chitarra blues oriented.

La successiva defezione di Waters, dovuta ai continui litigi con Gilmour, fu un evento più rabbioso che doloroso, articolatosi in un lunghissimo periodo di interminabili battaglie legali.
Waters avrebbe voluto orientare socio/politicamente tutta la produzione del gruppo, esasperando musicalmente la presenza di sezioni orchestrali, Gilmour, essendo di estrazione blues, voleva mantenere tutto come era.
Waters asseriva che il nome Pink Floyd non si sarebbe dovuto più usare  perchè di fatto i Pink non esistevano più, Gilmour il contrario.

Mentre la perdita di Barrett portò ad un giovamento, quella di Waters, contraltare creativo di Gilmour, portò ad un progressivo isterilimento della vena creativa della band, che nei successivi lavori si appoggiò quasi completamente sui mitici assoli di Gilmour, mantenendosi su buoni livelli, ma nulla di più.
Lo stesso Waters, da solo, non è mai riuscito ad esprimersi come in passato, pur mantenendosi anch'egli su livelli generalmente medio alti.

Soltanto in anni recenti, a partire dall'intervento al Live 8, c'è stato un riavvicinamento fra i due leader, purtroppo caratterizzato anche dalla successiva morte di Rick Wright, l'elemento più visionario del gruppo.
Recentemente Gilmour è intervenuto ad un concerto di Waters per suonare la mitica 'Comfortably Numb'.









Quando lessi su Ciao 2001 che Peter Gabriel aveva lasciato i Genesis ebbi un momentaneo blocco di tutte le funzioni vitali!
Comprenderete che per me i Genesis erano un vero punto di riferimento musicale, cibo per l'anima e per l'emotività!
Tutto sommato li avevo conosciuti da poco (con Selling England by The Pound), ero ancora in visibilio per  The Lamb Lies Down On Broadway e mi sembrava davvero troppo presto subire un colpo così duro!

Fu un trauma anche per gli altri componenti, che vedevano in lui un frontman dotato di eccezionale carisma e pertanto difficilmente sostituibile. E infatti non lo sostituirono!
I Genesis nel loro cammino musicale hanno effettuato sostituzioni solo all'inizio (Phil Collins per John Mayhew e Steve Hackett per Anthony Phillips. Due cambi che hanno portato un eccezionale valore aggiunto!), poi hanno subito soltanto defezioni.

Peter non sopportava più i ritmi da rockstar che gli venivano imposti, voleva sedersi un attimo a pensare, dedicarsi ad altre cose con uguale ardore, comprendere la direzione da prendere!
Oggi, dopo tanti anni, comprendiamo che la strada che ha scelto successivamente, pure se irta di difficoltà, lo ha portato ad essere un mito della scena (non solo) musicale mondiale, con la sua musica così densa di feeling, seppure semplice nella struttura, con il suo impegno sociale e con la tranquillità che traspare dai suoi occhi!
Tutto il suo disagio, le sue frustrazioni e la successiva presa di coscienza sono resi manifesti in questo brano, che credo non abbia bisogno di alcuna presentazione!





Phil Collins prese il posto di Gabriel al canto, assumendosi il gravosissimo onere di non farlo rimpiangere, e nei concerti si servirono di Chester Thompson (e in qualche occasione anche di Bill Bruford) come batterista addizionale.
Prestate attenzione agli ultimi secondi del brano 'Los Endos' precedentemente proposto: c'è un'accorata dedica a Peter:
There's an Angel standing in the sun...to Peter Gabriel
Piansi lacrime amare la prima volta che la sentii!

Nonostante Collins, come leader dei Genesis, abbia molti detrattori (compreso me, che non gli perdonerò mai di 'essersi dimenticato', a suo tempo, di essere un grandissimo batterista!) non si può negare che albums quali A Trick of the Tail, Wind and Wuthering e Duke abbiano lasciato, ognuno a suo modo, un segno importante nella loro discografia. Il resto... lasciamo perdere, sebbene vi siano sprazzi di buona musica qui  e là.

Successivamente, quando Collins decise che la band doveva cambiare completamente direzione musicale, orientandosi verso un rock melodico di maggiore presa sul pubblico (e i successivi successi commerciali, almeno dal punto di vista della popolarità e degli introiti, gli diedero ragione!), il bravissimo Steve Hackett si sentì tagliato fuori, incline come era a mantenere fede alla sua estrazione barocca e progressive, pertanto decise di lasciare il gruppo per non sentire più la frustrazione di essere soltanto un performer.





Anche in questo caso la scelta fu molto sofferta per entrambe le parti.
Abbandonare un cavallo vincente come i Genesis non fu una cosa facile per Steve, ma aveva dalla sua parte la sua musica e una compagna che lo sosteneva psicologicamente (Kim Poor e Steve hanno divorziato un paio di anni fa, ma non per volontà del mitico chitarrista, a quanto sembra...).
Nel contempo i restanti tre componenti non si sentivano motivati a cercare in giro: avrebbero perso troppo tempo e rischiato di non trovare ciò che desideravano. O peggio, rischiavano di trovare qualcuno che avrebbe compromesso gli equilibri dell'ormai terzetto così ben amalgamato!
Così Rutherford prese in mano la chitarra elettrica e incominciò a suonare anche le parti soliste. Come per la batteria, dal vivo si servirono di Darryl Stuermer come chitarrista addizionale.


Ascoltate il brano che ho postato. E' denso di pathos, amarezza e disillusione.
L'assolo di tastiere è ansioso e straziante, la ritmica è frastagliata, come un pianto a singhiozzi, e il testo è tutto imperniato sull'evento appena consumatosi.
Quando artisti di questo calibro vogliono renderci partecipi dei loro stati d'animo riescono a trasferire tutto in brani come questo... ed è impossibile non condividerne la tensione emotiva! Non trovate?


Inutile dire che il sound uscì particolarmente impoverito da questa defezione.
Nel caso di Gabriel, almeno in studio, Collins riuscì a 'scimmiottarlo' decentemente (in un'intervista Gabriel asserì che Collins tecnicamente era migliore di lui... ma non era Peter Gabriel!) su una base sonora ancora abbastanza fedele al sound della band.
Quello che era andato irrimediabilmente perduto era l'impatto scenico  e il carisma di Pete nei Live set.
In pratica il decadimento stilistico musicale fu piuttosto soft.
Invece la fuoriuscita di Hackett evidenziò immediatamente l'entità della perdita, dal punto di vista compositivo e musicale: a titolo di esempio vi rimando all'ascolto della suite di chiusura dell'album Wind and Wuthering a confronto con il brano di apertura di ...And Then There Were Three precedentemente inserito, che rappresenta uno dei momenti migliori di tutto l'album.
Qualsiasi commento sarebbe superfluo, non è vero?







Anche in questo settore i Marillion si sono particolarmente distinti...

La decennale amicizia di Fish e e Steve Rothery con Diz Minnit (basso) e Mick Pointer (batteria), peraltro membri fondatori della band, nulla potè valere rispetto alle necessità del gruppo di progredire, pertanto i due, in tempi successivi, furono 'cordialmente' pregati di farsi da parte, sostituiti da Pete Trewavas (basso) e Ian Mosley (batteria).
Anche in questo caso le sostituzioni portarono un grande valore aggiunto alla band, migliorandone oltremodo la sezione ritmica. Per quanto Mosley sia un batterista un pò ruvido, i suoi pattern ritmici erano di gran lunga più incisivi e dinamici di quelli di Pointer, molto limitato tecnicamente e spesso impacciato dal vivo.
Il brano sopra proposto riporta nel testo quanto sia difficile prendere questo tipo di decisioni, specie perchè c'è di mezzo un'amicizia pluriennale.
Notate la ritmica secca e cadenzata, quasi volta a mostrare l'aridità della doverosa presa di coscienza e la conseguente azione di confronto.

Da notare che nel testo vi è la frase
A friend in need is a friend that bleeds
(un amico in difficoltà è un amico che sanguina) che è un modo di dire tipicamente inglese ed è citata, seppure in modo diverso
A friend in need is a friend indeed,
a friend who bleeds is better
(un amico in difficoltà è pur sempre un amico, ma è meglio un amico che sanguina)
nel brano 'Pure Morning' dei Placebo.

In ogni caso le sostituzioni sopra citate non furono altrettanto traumatiche quanto quella di Fish con Steve Hogarth.
Ancora oggi molti fans del Mark I considerano il Mark II una band diversa e per certi versi trascurabile.

Dal mio punto di vista, per questa e tutte le altre 'mutazioni', citate e non, mi sono sempre posto nell'ottica di ascoltare quali fossero gli esiti del cambiamento.
Se la musica prodotta continuava a catturare la mia attenzione e la mia emotività, non avevo motivo di lamentarmi (come accadde per i primi album dei Genesis senza Gabriel, sebbene fossi rammaricato dalla sua scelta, o per gli Yes senza Wakeman e Bruford, e per gli stessi Marillion senza Fish), in caso contrario riponevo il disco nella custodia e non lo acquistavo o non lo ascoltavo più ... tutto qui!

In reatà è molto probabile che il 'mito' di Fish sia stato alimentato proprio da Hogarth che, pur essendo tecnicamente superiore e dotato di un timbro mediamente più caldo, ha sempre manifestato una tale sudditanza psicologica verso il suo predecessore da non riuscire a scalfirne la memoria nei fans.
Manifestazioni come l'indossare una t-shirt con su scritto "E' vent'anni che sono il NUOVO cantante dei Marillion" (o qualcosa di simile... non ho fonte certa) oppure rifiutarsi di cantare brani del periodo precedente (che in ogni caso sono parte integrante della discografia del gruppo) sono la chiara manifestazione di un'immensa insicurezza che, purtroppo per lui, contribuisce ad allontanarlo dai fans della vecchia guardia.
Fish, di carattere più comunicativo, questo lo sa e ne approfitta per dileggiarlo, quando può, e mantenere così intatto il suo 'mito'.







In ogni caso Fish testimoniò con questo brano le motivazioni che l'avevano spinto a dissociarsi dalle scelte della band, mentre i Marillion dedicarono al loro precedente frontman nulla più della cover di Seasons End, dove sono presenti elementi simbolici come, ad esempio, il camaleonte che brucia e la tela raffigurante il jester che affonda.





Analizzando la cosa da ascoltatore di musica disincantato, sempre secondo il mio personale giudizio, il lavoro di Hogy nei Marillion ha portato ad albums di grande valore come Brave e Marbles, più altri momenti di buon livello musicale e alta intensità emotiva, mentre il Fish solista, forse perchè ha perso molto del suo timbro di voce ed è generalmente circondato da musicisti di livello medio-basso, non è mai riuscito a superare la piena sufficienza, tranne forse per Vigil in a Wilderness of Mirrors e qualche altro raro esempio isolato, e non riesce ad entrare nelle mie 'corde'.



Infine, sebbene non siano propriamente Prog (ma comprenderete successivamente perchè li cito), un discorso a parte meritano i Deep Purple.
Sembra incredibile, ma ogni volta che hanno cambiato componenti, hanno gettato le basi per un nuovo modo di fare musica.
La sostituzione di Rod Evans con Ian Gillan al canto e di Nick Simper con Roger Glover al basso, portò il gruppo a trasformarsi da Rock melodico (Il famoso Mark I) a capostipite dell'Hard Rock, con l'album In Rock (Il famosissimo Mark II). Nessuno ha mai avuto il coraggio di rimpiangere i fuoriusciti!

Successivamente, a causa dei continui litigi fra Blackmore e Gillan, quest'ultimo fu sostituito da David Coverdale e Glover da Glenn Hughes (Il ben noto Mark III).
Nonostante io stesso fossi inizialmente disorientato dalla perdita del timbro e della potenza della voce di Gillan, ho sempre considerato l'album Burn (il primo con i due nuovi componenti) come uno dei precursori del Prog Metal e i brani successivi penso possano dimostrarlo!






Ascoltate tutto il lavoro di Blackmore, che nel finale si esprime al meglio in uno degli assoli che considero fra i più belli che io abbia mai sentito! Molto emozionante, con interventi spagnoleggianti, con legati e staccati di incredibile efficacia, ricco di feeling e  corde tirate allo spasimo! Prestate attenzione anche al suo lavoro di cesello dietro all'accoratissima interpretazione di Coverdale! Eccezionale anche il supporto percussivo di Paice, sempre preciso, fantasioso e incisivo.






Questo è il brano che chiude l'album... e apre a mille soluzioni dei successivi decenni della musica un pò 'estrema' come il Prog Metal.
Avrei potuto inserire anche 'You Fool No One', ma ho preferito questo perchè anche qui Blackmore è sorprendente, come d'altronde tutta la band.
Da notare che l'uso della doppia cassa, oggi ostentato da una moltitudine di batteristi, a quei tempi non era per niente indispensabile per rendere corposo un pattern ritmico!



A margine di tutto ciò mi sembra doveroso citare che John Wetton in un'intervista riportò che adora cantare 'I Talk to the Wind',  Phil Collins a lungo ha cantato le canzoni dell'era Gabriel ed inoltre le hanno cantate insieme più di una volta, Coverdale si è cimentato (con enormi difficoltà...) con i brani di Gillan, e potrei citare altri esempi in cui non c'è sudditanza psicologica, c'è solo passione, rispetto per il pubblico, amore per il brano e la buona musica.
Mi sembra che questo dovrebbe essere alla base di tutto, o no?

Ve l'avevo anticipato che sarebbe stato un post da 'risveglio'!

Come al solito ho esposto le mie considerazioni sull'argomento, ma attendo vostri eventuali  commenti!

sabato 11 giugno 2011

Standards Prog... esistono?

La Wikipedia cita testualmente: "Uno standard è una norma accettata, un modello di riferimento a cui ci si uniforma affinchè sia ripetuto successivamente".

Forse i più giovani non sapranno che il nome dei grandi magazzini STANDA derivava proprio da "standard". In quei magazzini tutto ciò che si vendeva era prodotto in serie (e per questo a prezzi più accessibili).

In musica, in genere, lo standard si associa alla musica jazz ed è solitamente un brano creato da un musicista  e suonato e interpretato da altri musicisti, in forme spesso aventi una struttura di base fissa, sulla quale i solisti prima eseguono il tema e poi improvvisano assoli per uno o più giri ciascuno. In genere il brano termina con una reprise del tema e un finale.

A differenza di quanto spesso riportato, lo standard non è semplicemente un brano famoso, ma un brano "di riferimento", cioè dotato di alcune caratteristiche che valgono la pena di essere studiate e metabolizzate per poter migliorare il proprio bagaglio tecnico/musicale.
Così per esempio, a mio modo di vedere, Hello Dolly di  Louis Armstrong può essere considerato un evergreen, ma non uno standard, mentre sicuramente Cantaloupe Island di Herbie Hancock è uno standard ma non precisamente un evergreen.
Ciononostante ci sono molti casi in cui lo standard e l'evergreen sono un tutt'uno, come nel caso di All the things you are di Jerome Kern, suonata e cantata da tutti, compresi Frank Sinatra e Barbra Streisand.

Parafrasando il povero Ivan Graziani potreste dire: "Si ma...Tutto questo cosa c'entra con il Prog Rock"?
Apparentemente poco, perchè in questo settore musicale, fino a qualche tempo fa, i musicisti non si scambiavano volentieri i brani fra loro e l'esecuzione di altri era più spesso una cover e non una reinterpretazione del brano.

La differenza fra standard e cover sta proprio nel fatto che il primo è soggetto a reinterpretazione e talvolta anche modifica della struttura e della velocità di esecuzione, mentre la seconda è quasi sempre una riproduzione il più fedele possibile dell'originale, pertanto priva di qualsiasi spunto creativo. Inoltre la cover è quasi sempre un brano evergreen.

Fino a qualche tempo fa...





Come potete notare questa è propriamente una cover. Non ci sono rilevanti variazioni rispetto all'originale.





Invece questa può essere considerata l'esecuzione personalizzata di uno standard, in quanto ne è stata mantenuta la struttura di base, ma vi sono state apportate significative variazioni che in qualche modo ne caratterizzano l'esecutore.

Per quanto possa sembrare incredibile tra le migliori coverbands di progressive rock ci sono quei caciaroni ipertecnicizzati dei Dream Theater: hanno riproposto in modo pressocchè perfetto albums interi dei Pink Floyd, brani dei Kansas, Genesis, Marillion, etc.

Ma secondo voi... quali potrebbero essere gli Standards Prog?
Quali brani potrebbero essere insigniti di tale fantastica onoreficenza?
E soprattutto... vista la definizione di standard... per quale motivo?

Ora potrebbero scatenarsi orde di progger indemoniati, ciascuno con la sua personale tracklist e le sue motivazioni. Sarebbe divertente poterle osservare tutte (e in ogni caso se me le postate la discussione è apertissima!)...

Io vado ad elencarvi la mia personalissima top ten di tracklist di standards, tentando come al solito di farvi partecipi delle mie valutazioni tecnico/emotive.
Coloro che mi seguono con maggior frequenza avranno già visto citati alcuni di loro nei miei precedenti post.
Vi assicuro che, se ci ragionate su, non ci sono tantissimi altri brani che possono presenziare in questa lista!


Track 01: 21st Century Schizoid Man - King Crimson





Come mi è capitato di dire già in passato, secondo me questo brano è il manifesto del Progressive Rock.
Notate quanto ci sia di delirante, sorprendente e innovativo ancora oggi, a distanza di 42 anni dalla sua pubblicazione!
L'esplosione con cui si apre il brano mette immediatamente in vibrazione tutti i nervi del corpo, gli intermezzi vocali filtrati, il sax in sincrono con la chitarra nei riff (successivamente Steve Hackett riprenderà questa tecnica e la farà sua), l'incredibile drumming di Michael Giles, con tutti quei contrappunti ora sul hi-hat, ora sui piatti, sul rullante e sui tom, la chitarra disperata di Fripp che miagola e urla all'impazzata, il basso di Lake che sottolinea tutte le parti, gli interludi sincopati e in sincrono perfetto (ripresi poi da moltissimi altri musicisti, probabilmente folgorati dall'evento del primo ascolto), i pianissimo alternati ai fortissimo, il finale isterico e a tratti cacofonico, contribuiscono a rendere questo brano unico nel suo genere per ricchezza di idee, impatto e difficoltà di esecuzione.
Merita sicuramente di essere il primo della lista!

Qualora voleste approfondire l'argomento King Crimson vi riporto il link:
http://proglessons.blogspot.com/2010/11/i-king-crimson.html



Track 02: The Fountain of Salmacis - Genesis






In questo brano, di cui peraltro ho già parlato diffusamente nel post dedicato all'amore nel Prog, c'è tutto quello di cui uno standard necessita: innovazione, feeling, tecnica, ardore interpretativo, sviluppo armonico e melodico di alto livello.

Vi allego il link:
http://proglessons.blogspot.com/2011/04/lamore-ai-tempi-del-prog.html




Track 03: The Runaway - Gentle Giant









Sebbene i GG avessero già prodotto alcuni albums di elevatissimo valore, l'assestamento della formazione permise loro di realizzare In a Glass House con la piena consapevolezza dei loro mezzi.
A parte l'intro di incredibile efficacia, con quel suono di vetri infranti che poi diventa ritmico, il crescendo delle tastiere e il micidiale attacco, che nel vinile parte prima da un solo lato e poi esplode in tutta la potenza del suono stereofonico (purtroppo nel CD qualche balordo tecnico del suono ha ritenuto che fosse un difetto e l'ha uniformato... si è perso così un impatto emotivo fortissimo!), il brano ha una ritmica pulsante, inusuale...e giustamente parla di un evaso in fuga!
Ma la parte che secondo me ha quel tocco di classe in più è il solo di vibrafono, che è uno dei più belli che abbia mai sentito!

Se vi interessano i Gentle Giant non avete che da clickare...
http://proglessons.blogspot.com/2010/12/i-gentle-giant.html






Track 04: Shine On You Crazy Diamond - Pink Floyd






Le quattro note che hanno cambiato la musica!
Ma questo brano non è soltanto questo...
Provate a prestare attenzione all'intro di tastiere... non è soltanto un accordo che si protrae per un tempo lunghissimo. Sotto si sentono degli effetti pulsanti che fanno venire alla mente lampi di luce, flash di immagini della memoria e in ogni caso la netta sensazione che ciò che sta per incominciare non sarà per niente allegro e rilassante.
Il brano è permeato tutto di tristezza e malinconia e lo si comprende già dall'inizio. Prima ancora di sentire quei quattro rintocchi che ci immergono definitivamente nell'atmosfera.
"Ricordo che quando eri giovane brillavi come il sole
brilla ancora pazzo diamante!"
E ascoltate Gilmour con quanto ardore sottolinea con la sua chitarra dai toni blues tutto il malessere che traspare dalla musica e dai testi.

Recentemente ho letto un libro, regalatomi dalle mie figliole, che narra la storia dei Pink Floyd attraverso testimonianze e interventi (inventati dall'autore, ma tutto sommato con una parvenza di verosimiglianza) di personaggi realmente esistiti, e di quanto questi fossero rimasti legati per tutta la loro esistenza al fantasma (vivo o morto) di Syd Barrett. C'è da crederci se l'album a lui dedicato è così intenso, straziante e rassegnato al tempo stesso.

Per coloro che si sono persi il mio post sui miti del Rock psichedelico, ecco il link:
http://proglessons.blogspot.com/2010/12/i-pink-floyd.html






Track 05: Close to the Edge - Yes







Di questo brano ho parlato nel mio recente post sugli Yes:
http://proglessons.blogspot.com/2011/06/gli-yes.html


Perchè lo considero uno Standard Prog? Perchè ha dentro tutti i dettami del Prog delle origini: è una suite che comprende: solennità, ritmiche complesse, assoli splendidi, interludi delicatissimi, sonorità tanto caratteristiche da divenire successivamente una specie di marchio di fabbrica, un cantante che fa accapponare la pelle con la sua voce e tutto il resto. Vi sembra poco? A me no!




Track 06: Firth of Fifth - Genesis




Ci crederete o no, ma a quel tempo molti maestri di pianoforte furono esortati dai loro studenti ad ascoltare l'inizio di questo brano e alla fine la domanda era sempre la stessa: "Me lo insegna?"


Firth of Fifth è particolare già dal titolo: un gioco di parole (tanto cari a Gabriel) che trae spunto dal Firth of Forth, che è la profonda insenatura su cui si affaccia Edinburgo. Forth si pronuncia quasi come Fourth che significa "quarto", così come Fifth significa "quinto", pertanto tutte le traduzioni assolutamente pretestuose che riportavano qualcosa come "Cinquanta per cento" o "Il quinto Fiordo" sono assolutamente prive di fondamento.

L'intro classicheggiante, con il solo pianoforte, e il fantastico impatto emotivo che si prova quando il brano parte in tutto lo splendore e la profondità della voce di Peter, con tutti gli strumenti a sorreggerlo e a sottolinearne la maestosità, quegli intermezzi soft e le reprise poderose preludono soltanto alla parte fondamentale del brano, quella che la rende un indiscutibile standard prog.

Quando Gabriel soffia nel flauto con dolcezza, il nostro animo si placa e si appoggia sulle onde tranquille della musica, che si trasforma in un intermezzo di pianoforte fino a volare sul crescendo che esplode nel mitico, storico, ineguagliabile, prorompente e perfetto assolo di chitarra di Steve Hackett!
Ma ascoltate anche tutto il resto del gruppo come contribuisce a rendere questo momento pieno, magico e irripetibile con il tappeto di tastiere, gli interventi di batteria e tutto il resto!

E quando si giunge sul finale:
"Now as the river dissolves in sea
so Neptune has claimed another soul"
l'emozione è tangibile perchè la voce di Gabriel è piena, forte e imperiosa ed è quasi con una punta di rammarico che accettiamo il termine del brano:
"Le sabbie del tempo furono erose
dal fiume dal cambiamento costante" 
e il piano di Banks che ci conduce fuori da questa magia.

Se non è Standard Prog questo...

Track 07: Starless - King Crimson







Ho dedicato a questo brano un post intero!

Eccovi il link:
http://proglessons.blogspot.com/2010/12/starless-la-disperata-constatazione-del.html




Track 08: Echoes - Pink Floyd






Anche questo brano è stato citato nel post sul gruppo.
A completamento posso soltanto riportare che l'emozione che ho provato quando l'ho suonato con un gruppo di giovani musicisti è stata davvero fortissima!
Primo, perchè io ero "il grande vecchio", colui che era depositario del "verbo", e poi perchè la suonavano davvero bene e mi sentii un pò Nick anch'io...
Peccato non avere neanche l'1% del suo conto in banca!




Track 09: Heart of the Sunrise - Yes







Anche di questo brano abbiamo già parlato e vi rimando al post sugli Yes.







Track 10: On Reflection - Gentle Giant





In questo brano sono fondamentali due momenti: la prima parte, tutta cantata "a cappella", con le voci che si inseguono fra loro in maniera perfetta (non solo in studio, anche Live!), ognuna con tonalità via via decrescente e NESSUNA in "ostinato"!
Per intenderci, è relativamente più semplice eseguire un "ostinato" (cioè una frase che si ripete sempre uguale),  concentrandosi essenzialmente sulla propria parte, piuttosto che una sorta di "fuga" dove noterete che è indispensabile seguire perfettamente le parti degli altri per non uscire fuori tempo!
E' una prova della grande dimestichezza che i GG avevano con questo tipo di soluzioni, già mostrata in altri brani (Knots su tutti).
Ma la cosa ancor più eccezionale, che differenzia questo brano dagli altri, è che, dopo l'intermezzo "nostalgico", dove viene ripetuta la medesima frase per ben 10 volte (quasi come fosse una lamentazione funebre ):
I'll remember the good things how can you forget all the years That we shared in our way: Things were changing my life, taking your place in my life and Our time drifting away

Entrano finalmente gli strumenti, uno ad uno, eseguendo le stesse parti prima eseguite "a cappella", pertanto intrecciandosi e rincorrendosi fra loro fino al poderoso attacco di batteria che ci porta al termine del brano.
Dove lo trovate un brano così coinvolgente per ritmica, tecnica e stile?


Eccoci giunti al termine di questo enorme post.

Comprenderete che alcune mie considerazioni prendono spunto dalla grande emozione che provo ascoltando questi brani, altre dal fatto che sono un musicista amatoriale, pertanto ne intravedo anche gli aspetti più "strumentali".
Il sogno della mia vita (da musicista amatoriale) era quello di mettere su una band che avesse, come me, voglia di "montare" questi dieci brani (più qualche altro, ovviamente).
Indipendentemente dalla complessità tecnica di alcuni di loro, che probabilmente in taluni casi ci avrebbe obbligato alla resa incondizionata, ho già tentato di trasmettervi quanto sia emozionante poterli suonare e sentire che "girano bene".
Da giovane non comprendevo l'irrealizzabilità di questo sogno, oggi si: se allora era difficile trovare altri quattro "pazzi" come me, che volessero cimentarsi con siffatte opere d'arte, oggi è virtualmente impossibile, vista l'età che avanza!

Noterete che mancano all'appello grandi gruppi RPI come Banco (Dopo... Niente più è lo Stesso), PFM (Impressioni di Settembre) e Le Orme (Sospesi nell'Incredibile).
Così come mancano gli Emerson Lake & Palmer (Tank o Take a Pebble), i Van Der Graaf, davvero troppo outsider, e qualcun altro.
Tutti questi meriterebbero a pieno titolo di presenziare... e in realtà ci sono, ma non fra i miei primi 10!


Infine avrete notato che non c'è niente di attuale...
Non si rammarichino i più giovani!
In realtà forse avrei potuto inserire in scaletta qualcosa dei Porcupine Tree, magari Even Less...


Per poter diventare uno standard  un brano deve avere la giusta dose di innovazione, pregevolezza stilistica, fascino e feeling... e se è possibile trovare nel prog moderno le ultime tre caratteristiche, la prima immagino che rimarrà, almeno per il momento, un pò latitante!

Qualsiasi commento è ben accolto, anche se aveste voglia di lapidarmi!